ISTITUTO COMPRENSIVO STATALE Sferracavallo - SEDE CENTRALE - via Tacito, 5 - 90148 - Palermo - 091 532549 - fax 0916912879 - C. F. 97165750825 500105

HOME PAGE

POF

Pof anno scolastico 2011/2012

Autovalutazione


ORARI

bianco Calendario annuale

bianco Scuola e segreteria


REGOLAMENTI

bianco Consiglio d'Istituto

bianco Aula Informatica

bianco Disciplina degli alunni

bianco Carta dei servizi


ORGANICO

bianco Funzioni Strumentali

bianco Organizzazione

 Amministrazione

bianco Personale ATA

bianco Referenti


PROGETTI

Extracurriculari

biancoCurriculari

Speciali

Educativi


ATTIVITA' ALUNNI

bianco Giochi matematici

bianco Storia Sferracavallo-TTommaso Natale

 
MODULISTICA

Moduli per gli alunni

bianco
Moduli per i Docenti
bianco

 

Laboratorio decoupage
biancoAttività teatrale
Il giornale a scuola

Lab. Bottega Artigiani

Progetto Teatro

Progetto Francese

Ed. Ambientale

Prog. continuità

 

 


 

STORIA DELLE BORGATE

SFERRACAVALLO - TOMMASO NATALE

 

 

La raccolta del materiale inerente Sferracavallo e Tommaso Natale è il risultato di un percorso didattico svolto dagli alunni della sezione E appartenenti alla Scuola Secondaria di I grado, con l'aiuto dei docenti del medesimo corso.

 

 

INDICE

 

 

 

SFERRACAVALLO

 TOMMASO NATALE

CURIOSITA'
La storia di Sferracavallo

Proverbi siciliani

Le bellezze di Sferracavallo La toponomastica del luogo
Il santo patrono:SS Cosma e Damiano Diminutivi dei nomi
La storia di Tommaso Natale Antichi mestieri
Le bellezze di Tommaso Natale Ricette tipiche e piatti locali
Il santo patrono: San Giovanni Battista Giochi Antichi

°°°°°°°°°°°°

La Storia di Sferracavallo

 

Fiancheggiata dai monti Billiemi e Pizzo S. Margherita e protesa verso il mar Tirreno, Sferracavallo, grazie alla sua posizione, è una borgata marinara e turistica, antica di molti secoli.

Sebbene non sia possibile datare con precisione le origini, sappiamo tuttavia con certezza che il villaggio fu abitato fin dall’età preistorica da tribù di cacciatori e raccoglitori di radici, che vivevano nelle numerose grotte per proteggersi dagli assalitori, convivendo con una grande varietà di animali, fonte di alimentazione.

Intorno al XV secolo il villaggio fu abitato da un gruppo di pescatori, provenienti dall’area palermitana e dall’Isola delle Femmine, i quali costituirono il primo nucleo abitativo attorno all’antica tonnara, detta di “Calandria”, e ad una chiesa nei pressi dell’attuale Via Scalo di Sferracavallo e di via Amorello, non lontano dalla zona costiera detta “Zotta”. All’inizio l’economia di questa piccola comunità era concentrata sul mare, ma col passare del tempo  gli abitanti si dedicarono anche alle attività agricole: si diffusero i vigneti e le coltivazioni di mirto e di sommacco, piante utilizzate per la concia delle pelli.

Per difendere i terreni, la tonnara e soprattutto gli abitanti dalle violente razzie dei pirati, furono erette due torri. La più antica fu edificata dai conti di Carini e di Capaci nel 1417 i cui ruderi sono tuttora visibili alle spalle dell’ Hotel Bellevue, a Punta Maltese. Essa fu costruita per la difesa dei pescatori e della tonnara, per allertare i contadini sparsi nelle campagne in caso di pericolo ma, soprattutto, per inviare messaggi alla città di Palermo provenienti da Ustica e Trapani, utilizzando il fumo di giorno e il fuoco di notte.

Incerta è invece  la data di costruzione dell’ altra torre, di forma cilindrica, che sorgeva ai piedi del Monte Billemi, per proteggere una sorgente di acqua potabile e alcuni vigneti. Questa torre fu demolita per la costruzione dell’ autostrada Palermo Punta Raisi.

Tra il XVII e il XVIII secolo la strada che congiunge Sferracavallo a Palermo, divenuta impraticabile al punto che sferravano i cavalli ( secondo alcuni studiosi è proprio per questa ragione che la borgata assunse questo nome ), subì una bonifica per consentire al re Vittorio Amedeo di recarsi a Trapani. Dopo poco tempo le condizioni della strada peggiorarono e nel 1750 si procedette alla definitiva sistemazione; la nuova arteria, denominata “via Eustachio” in onore del vicerè Eustachio di Viefuille, risultò così agevole che poté accogliere numerose carrozze di dame e cavalieri di Palermo durante le loro passeggiate.

Sempre in questo periodo fu edificata la Villa Maggiore Amari, che in età settecentesca fu il centro di un vasto feudo che comprendeva Sferracavallo, parte di Tommaso Natale e monte Gallo.

Successivamente vengono costruiti i villini Liberty d’inizio secolo, concentrati soprattutto nella via Plauto e nel viale Florio. Da quel giorno si è assistito ad uno sviluppo sempre crescente e la nuova località di villeggiatura ha sopraffatto l’antico borgo di pescatori.

 

 

Le bellezze di Sferracavallo

 

RISERVA DI CAPO GALLO

Monte Gallo è un promontorio di natura carsica che si erge a Nord Ovest di Palermo tra Mondello  e Sferracavallo.

L’elevato carsismo ha prodotto migliaia di cavità, buche e anfratti, ricettacolo di specie animali e vegetali. Molte di queste si trovano sott’acqua, come la Grotta dell’Olio (o dell’Oglio)

La denominazione di Capo Gallo è controversa, dato che non si ravvisa nessuna affinità col familiare pennuto, se non per la cresta dentellata che si vede dal mare. Potrebbe derivare dal punico gal, che significa “monte”, e da qui “fortezza”, “potere”; ovvero indicare le coturnici che vi abitavano un tempo, conosciute come adduzzi o galline.  Fatto sta che ha avuto fortuna.

Il toponimo di Capo Gallo dovrebbe, a rigore, limitarsi alla sola parte litoranea del promontorio, dato che il suo fianco di mezzogiorno è più correttamente detto Monte Gallo.

La Riserva di Capo Gallo è la sola area marina protetta in Italia, tanto vicina alla città da poterne utilizzare i servizi. Non a caso lo slogan che la contraddistingue è: “Scoprite la natura a due passi da casa”.

Pur trovandosi al centro di una zona fortemente antropizzata, le sue acque riescono a rimanere limpide in ogni periodo dell’anno grazie alle correnti marine e ai venti che ne  garantiscono un costante ricambio.

Lungo i versanti del monte,  troviamo una vegetazione a leccio (Quercus ilex) e lentisco (Pistacia lentiscus) che ha ripreso vigore dopo il contenimento del pascolo.

Diffusa è pure l’euforbia arborescente; più rigogliosa in primavera, in estate perde le foglie per resistere alle forti escursioni termiche, soprattutto sul versante meridionale, più arso dal sole. Il suo lattice possiede delle proprietà benefiche, conosciute ai pescatori più longevi di Sferracavallo: se si viene punti dalla “tracina” non c’è rimedio migliore del lattice dell’euforbia.

 Il versante meridionale, che guarda Tommaso Natale e Sferracavallo, presenta suoli pietrosi e arsi dal sole, con il terreno ormai impoverito; in queste condizioni di estrema difficoltà sopravvivono,oltre l’euforbia, specie come l’ampelodesma (Ampelodesmos mauritanicus). Quest’ultima, volgarmente chiamata disa, è una tipica presenza dei suoli ormai degradati: tenacissima, riesce a trattenere il terreno e, se tagliata o bruciata, è in grado di germogliare di nuovo con grande vigore. Alcuni decenni fa, con le foglie più verdi della disa, gli agricoltori facevano legacci per le verdure o le coltivazioni, ma andava maneggiata con cura a causa dei profili taglienti.

Sempre su questo versante, nell’ 800, si coltivavano il sommacco (Rhus coriaria) e il mirto (Myrtus communis), piante contenenti elevate quantità di tannino, i cui semi erano impiegati per la concia delle pelli.

Le pareti a strapiombo di Capo Gallo offrono riparo e condizioni ideali di vita a molti rapaci, come il falco pellegrino, il gheppio, la poiana, l’allocco e il barbagianni.

Tra gli anfibi va segnalata una piccola colonia di rospo smeraldino. Tra i rettili possiamo incontrare la biscia nera, la lucertola siciliana, il ramarro e il gongilo ocellato. Volpi, conigli e topi completano il quadro della fauna.

Le coste della riserva sono spesso ricoperte da posidonia la cui presenza, anche se poco amata dai bagnanti, è testimonianza della salubrità delle nostre coste. Sotto le sue foglie vivono un’infinità di esseri viventi che vi trovano rifugio, alimento e un ambiente ideale per riprodursi.

Caratteristica della costa di Capo Gallo sono i marciapiedi a vermeti. Queste estese formazioni avevano attirato l’attenzione dei naturalisti già alla fine dell’800, ma c’è voluto più di un secolo perché si capisse che quelle di Capo Gallo erano ormai una rarità in tutto il Mediterraneo. In alcuni punti il marciapiede a vermeti è così esteso infatti, da raggiungere i sei metri di larghezza.

Si tratta di piattaforme calcaree ben note ai bagnanti; se ci si siede a lungo sugli scogli infatti, è additabile a questi piccoli molluschi, che dimorano all’interno di tubicoli calcarei, quel fastidioso senso di puntura alla pelle. Il mollusco che reagisce come può all’occlusione del suo cubicolo è il Dendropoma petraeum. E’ lo stesso organismo a creare il tubicolo, che diventa sempre più esteso perché ad ogni individuo estinto se ne aggiunge un altro sopra al precedente.

Quella che sembra un’anonima piattaforma calcarea è dunque una straordinaria galleria vitale di piccoli molluschi. 

 

LA GROTTA DELL’OLIO A CAPO GALLO

La grotta dell’Olio è, forse, quella più nota ai diportisti. Si raggiunge solo via mare; sino a pochi anni fa le imbarcazioni entravano con facilità e senza alcun controllo; adesso devono ancorarsi alle apposite boe poste fuori costa, per non turbare il precario equilibrio ambientale e non disturbare la ricca fauna. La grotta infatti si trova proprio nella zona dove i divieti cominciano ad essere piuttosto rigidi.

L’accesso sottomarino della grotta dell’Olio si trova a poco più di dieci metri di profondità, dove si è ancora in presenza di un ambiente illuminato e lo sviluppo delle forme vegetali è fotofilo, cioè si serve della luce.

Superato l’ingresso sottomarino e riemersi all’interno, la grotta appare in tutta la sua meraviglia, con il colore del fondo rischiarato dai giochi di luce provenienti da una cavità nella volta e dall’ingresso.

 

Il Santo Patrono:SS Cosma e Damiano

 

Cenni biografici sui SS. Cosma e Damiano

Poche sono le notizie biografiche che ci sono pervenute sui SS. Cosma e Damiano, tanto che la tradizione si è arricchita di non poche notizie ed episodi che sanno più di leggende che di verità storica.

Tuttavia, anche se non abbiamo la possibilità di avere notizie certe sulla loro vita, possiamo ricostruire con precisione molti tratti della loro esistenza attingendo alle testimonianze offerteci dalle numerose chiese a loro dedicate sia in Medio Oriente che in Occidente, oltre che alla ricca produzione iconografica.

I santi Cosma e Damiano erano fratelli gemelli nati in Arabia. Vissero insieme agli altri loro fratelli, nei territori orientali dell’ Impero Romano nella seconda metà del terzo secolo.

La loro infanzia fu segnata dalla perdita del padre e pertanto il compito della loro formazione fu assolto esclusivamente dalla madre Theodata, la quale inculcò loro l’amore verso Dio secondo il messaggio evangelico. Tutti i fratelli infatti professarono la medesima fede e furono tutti coinvolti nel medesimo martirio.

I fratelli Cosma e Damiano acquistarono una straordinaria notorietà presso il popolo sia per lo zelo mostrato nella loro fede cristiana, sia per lo straordinario talento di guarire le malattie. Essi tradussero in opere l’invito cristiano all’Amore tanto che svolsero la loro attività di Medici nel segno della totale solidarietà umana e cristiana, sollecitando nei pazienti la speranza di guarigione e la fiducia nell’intervento della Divina Provvidenza.

A questo abbinarono anche il distacco dai beni terreni. I tempi erano infatti particolarmente tristi e assai precarie erano le condizioni economiche dei pazienti; i santi Medici non potevano condizionare la loro prestazione alla ricompensa.

Decisero così di rinunciare a qualsiasi pagamento, tanto che si meritarono il significativo appellativo di “ANARGIRI”, cioè senza argento.

Tutto ciò suscitò un largo consenso tra la povera e umile gente non solo alla loro persona, ma anche alla fede che essi professavano.

Il linguaggio di amore da loro usato suscitava consensi ed adesioni, accrescendo il numero dei fedeli a Cristo. Tale fenomeno suscitò l’interesse preoccupato del governatore, che si adoperò di eliminare l’espansione della nuova dottrina e di sopprimere coloro i quali ne erano i propagatori. Secondo gli ordini dell’imperatore Diocleziano (284-305), furono allora arrestati e processati:poiché si rifiutarono di rinnegare la propria fede in Cristo e bruciare l’incenso, in segno di adorazione alle divinità pagane, furono condannati a morte. I santi accettarono il martirio, insieme ai loro tre fratelli, con animo sereno e forte a testimonianza della verità di Cristo e della validità della loro opera.

 

La devozione ai SS. Cosma e Damiano a Sferracavallo

Non è possibile datare l’origine della devozione ai SS. Cosma e Damiano nella borgata di Sferracavallo, ma si può ritenere che si sia sviluppata in concomitanza al lento sviluppo della borgata stessa.

Gli abitanti svolgevano attività lavorative legate alla terra o al mare ponendosi quindi al servizio dei proprietari terrieri o di quelli della tonnara.

La prima comunità era dunque costituita da povera gente che viveva in condizioni di precarietà, sia per il lavoro che per la salute. Probabilmente fu questa ragione a sviluppare una fiducia incondizionata nei santi Medici Martiri Cosma e Damiano.

La festività dei santi si svolgeva nella città di Palermo con particolare fasto, ma dal ritrovamento del corpo di Santa Rosalia (1624), cominciò a perdere d’importanza tanto che l’arcivescovo pensò di dare ai santi una nuova sede. La scelta cadde così sulla borgata di Sferracavallo: borgo di mare e di pescatori. 

Probabilmente una delle tante torture che i Santi, secondo la tradizione cristiana, subirono (furono flagellati, legati e gettati in mare, ma successivamente riemersero danzando allegramente tra lo stupore generale) è all’origine del legame dei fratelli medici con le contrade marinare e del caratteristico avanzare gioioso e veloce della processione che ogni anno viene realizzata nel quartiere in loro onore.

 

LA FESTA DEI SS. COSMA E DAMIANO

 L’ultima settimana di settembre, nella pittoresca e antica borgata di Sferracavallo, viene celebrata la tradizionale festività dei santi protettori Cosma e Damiano, straordinari medici e martiri che, nella seconda metà del terzo secolo d.c., furono condannati a morte a causa della loro profonda fede cristiana riluttante al paganesimo.

Questa festività si è sviluppata insieme alla piccola comunità di pescatori intorno al XVII secolo e , data la precaria condizione economica e di salute di tale comunità, si costruì intorno ai santi il proprio culto religioso da professare contro ogni sofferenza.

La devozione verso i SS. Cosma e Damiano è da sempre profondamente sentita e tramandata di padre in figlio non soltanto nella borgata di Sferracavallo, ma anche nelle zone limitrofe come Isola delle Femmine e Capaci dove il 26 settembre di ogni anno (giorno della ricorrenza della festività dei Santi martiri) centinaia di pellegrini danno prova della loro grande devozione e fedeltà ai Santi, compiendo il viaggio a piedi scalzi nelle zone limitrofe sopra citate, fino al santuario di Sferracavallo dove sono presenti i simulacri dei Santi medici.

E’ suggestiva l’atmosfera sferracavallese durante la festività: tutte le vie della borgata vengono adornate da luci sfavillanti che di sera trasformano la stessa borgata in uno scenario fantasmagorico animato dal fragore della gente, dalla tradizionale presenza di numerose bancarelle traboccanti di souvenir e dolciumi dai colori molteplici e dallo scintillante specchio d’acqua del golfo della borgata, che fa da autentica cornice al magnifico contesto della festività.

Entusiasmante è l’agonismo con il quale diverse discipline sportive (canottaggio, ciclismo, calcetto ecc.) vengono praticate durante i giorni che precedono la domenica della processione dei santi medici.

Tra queste gare agonistiche, quella maggiormente seguita e sentita dagli sferracavallesi, è la tradizionale e pittoresca gara di barche che si svolge sul tratto di mare antistante la borgata, con barche da pesca dai colori appariscenti.

Qualche ora prima dell’inizio della gara di barche, tutto il pubblico si riversa sul tratto di costa dove erge il nuovo monumento dei SS. Cosma e Damiano per assistere all’”esilarante” gioco dell’antenna a mare, consistente in un lungo albero, appositamente legato dall’estremità più robusta alla roccia, prominente verso il mare, sul quale viene cosparso del sapone pastoso fino all’estremità opposta dov’è situata una bandiera tricolore.

Gli sfidanti, in costume da bagno e accompagnati dal rullo del tamburino, dovranno percorrere acrobaticamente l’intero albero viscido per riuscire ad acchiappare l’agognata bandiera.

L’impresa sfocia spesso nella caduta a mare dei concorrenti seguita dalle risate degli spettatori.

La gara di barche che ne segue è uno spettacolo di rara bellezza, dall’aspetto folcloristico e nel contempo paesaggistico che incuriosisce ed incanta tutto il pubblico, addossato euforicamente sulla splendida scogliera del golfo.

L’ultima domenica di settembre intorno alle ore 14:00 viene annunciato dal continuo suono di campane, l’inizio della processione dei SS. Cosma e Damiano che richiama i fedeli a sostenere religiosamente il momento peculiare di uscita dei martiri dal santuario.

La gravosa vara con i simulacri dei santi martiri, viene sostenuta sulle spalle per le vie della borgata da un cospicuo numero di “portatori” vestiti di bianco con due foulard di colore rosso legati uno ai fianchi e l’altro al collo.

Subito dopo l’uscita viene eseguita la suggestiva “ballata” della vara accompagnata dalla banda musicale e dal ritmato battimani della gente.

La processione si conclude a notte fonda con la teatrale e divertente “danza” dei “personaggi” portatori della vara e con la travolgente salita della stessa lungo via Marina fino alla piazza SS. Cosma e Damiano dove viene ulteriormente celebrata l’attesa “ballata finale”.

Quest’ultima, particolarmente cara al pubblico, lo è un po’ meno invece alla banda musicale che ormai sfiatata viene sollecitata dall’euforia della gente a suonare, fintantoché la vara non si inclina per la considerevole stanchezza dei fedeli portatori.

I giochi pirotecnici eseguiti in onore dei santi, sono tra i più spettacolari e richiamano ogni anno nella borgata marinara un incredibile afflusso di spettatori da tutto il territorio palermitano. 

 

LA PARROCCHIA DEI SS. COSMA E DAMIANO

La chiesa attuale è un rifacimento ottocentesco di una cappella qui esistente sin dal 1696.

All’interno della chiesa, in nove riquadri, sono affrescati la vita e il martirio dei SS. Cosma e Damiano.

L’opera fu eseguita da Nikos Jannakakis negli anni 1977-78.

PRIMO AFFRESCO: La madre Teodora, fervente cristiana, istruisce i SS.Cosma e Damiano alla fede. I Due santi tengono il libro del catechismo in mano e ascoltano l’istruzione religiosa che viene loro impartita nella “chiesa domestica”.

SECONDO AFFRESCO: Descrive la resurrezione di Palladia, un miracolo avvenuto per intercessione dei Santi, mentre erano ancora in vita.

TERZO AFFRESCO: Le miracolose guarigioni degli infermi. Una lunga fila di malati implora l’intervento guaritore dei SS. Cosma e Damiano.

QUARTO AFFRESCO: Il quadro descrive il momento in cui Lisia emette la sentenza di condanna. L’ordine è eseguito da due soldati, uno dei quali brandisce la spada in segno di sfida. L’altro si prepara a condurre in catene gli eroi, sereni e rassegnati, perché certi dell’innocenza davanti al tribunale di Dio.

QUINTO AFFRESCO: Mostra la scena della lapidazione e l’accanimento dei carnefici intenti a scagliare con veemenza pietre contro i due Fratelli.

SESTO AFFRESCO: I Santi gettati in mare, legati mani e piedi, miracolosamente si salvano dall’annegamento. La scena ritrae lo stupore dei presenti accorsi a seguire l’avvenimento e la gioia de seguaci dei SS. Cosma e Damiano per lo scampato pericolo. A sottolineare la soprannaturalità dell’evento, un angelo con le ali spiegate si avvicina per ricondurre a riva i due atleti di Cristo.

SETTIMO AFFRESCO: In questo affresco i Santi sono sottoposti alla prova del fuoco. Un Angelo di grandi proporzioni, aleggiante sul luogo in cui si consuma  l’evento, conforta i Santi.

OTTAVO AFFRESCO: Viene rappresentata la prova della fustigazione, una tortura che produceva dolori strazianti al punto che era proibita nei confronti dei cittadini romani. Nel quadro si vedono i SS.  Cosma e Damiano legati ad un palo, frustati dagli sgherri.

NONO AFFRESCO: Il martirio avvenne per decapitazione. Nel grande affresco che descrive il martirio in scene distinte, i Santi cadono sotto i colpi dei carnefici, sereni in volto: hanno sacrificato la loro vita pur di restare fedeli al Signore.

Il martirio descritto in due fasi, mostra il momento in cui il carnefice sta per vibrare il colpo mortale sul santo in posizione genuflessa e in orazione, e la decapitazione già eseguita. Collegano le due scene i tre Angeli con le ali spiegate.

Nella navata destra, in un armadio, sono custodite le Statue dei Santi.  Sono due statue lignee di pregevole fattura, opera di scuola napoletana del XVIII secolo. Stringono al petto il libro dei Vangeli e recano in mano la palma, simbolo di martirio e di vittoria.

Nella sagrestia, sulla parete d’ingresso, è appesa una tela di grandi dimensioni, datata 1838, di autore ignoto. Rappresenta l’Apparizione della Vergine del Carmine ai SS. Cosma e Damiano. I Martiri sono ritratti di profilo, con lo sguardo rivolto verso la Madre di Dio che regge tra le braccia il suo Divin Figlio. Alla base del quadro sono dipinti l’anfora e il serpente di Esculapio, simboli dell’arte medica.

 

La storia di Tommaso Natale 

La borgata, che prende il nome da Tommaso Natale, marchese di Monterosato, fa parte dei borghi della Piana dei Colli che, tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700, cominciarono a svilupparsi attorno alle “casene” che patrizi, magistrati e ricchi mercanti avevano edificato. Il territorio si estendeva dalle falde del monte Billiemi a quelle di monte Gallo e fu concesso in enfiteusi a Federico Bortolo, giudice della Gran Corte nel 1696. Questi ampliò la propria tenuta ed edificò nel baglio una cappella benedetta nel 1699.

A causa dei debiti contratti del suo successore, la tenuta venne confiscata e venduta al negoziante Tommaso Natale nel 1712. Questi affidò il baglio e la cappella all’abate Pietro Natale che fece abbattere la cappella e costruire una nuova chiesa. La proprietà venne quindi ereditata da Domenico Natale e da questi passò al figlio Tommaso Natale (1733-1819) insigne giurista e uomo politico. Poiché la popolazione della borgata cresceva, la piccola chiesa non era più sufficiente e così nel 1826 fu decisa la costruzione di una nuova chiesa che fu aperta al culto il 24 Dicembre 1830 e intitolata a S. Giovanni Battista.

IL MARCHESE NATALE

Marchese di Monte Rosato, Tommaso Natale nasce a Palermo il 3 giugno 1733 e muore il 20 settembre 1819, nei luoghi in cui aveva vasti  possedimenti.

Uomo di notevole cultura, fu giurista, filosofo e letterato. Fin dall’infanzia fu educato alle lettere umanistiche e frequentò  le migliori scuole dell’ epoca. Fu seguito negli studi dallo zio paterno Giovanni, poeta e grecista. Conobbe le lingue classiche, imparò il francese e l’inglese e, ancor giovane, si interessò di poesia, filosofia, diritto e storia. Nel 1756 pubblicò una prima parte di un poemetto dedicato alla filosofia di Leibniz. Tale poemetto  fece grande scalpore e il giovane Tommaso fu osteggiato dai gesuiti.  Per tale motivo si trasferì a Napoli, dove scusse le “Riflessioni politiche intorno all’ efficacia delle pene”, opera che anticipa il riformismo penale di Cesare Beccaria.

Ebbe una vita culturale intensa  e per la sua epoca può definirsi uomo di cultura europea. Propugnò la laicizzazione dell’ insegnamento affinché l’ educazione fosse veramente efficace.

All’ età di 51 anni sposò Rosalia Gugino dalla quale ebbe 9 figli.

Fu consigliere di Stato, consigliere del supremo Magistrato del Commercio , deputato dall’ università di Palermo e degli Studi del Regno, oltre che membro di varie giunte come quelle delle Regie Poste e del catasto. Fu un sostenitore del frazionamento dei feudi.

 Moriva il 28 Settembre 1819. Nello stesso anno veniva promulgato il nuovo codice penale delle Due Sicilie, recante quelle riforme che lo stesso aveva propugnato.

 

 Le bellezze di Tommaso Natale

 

GROTTA CONZA

Collocata in prossimità della borgata di Tommaso Natale, nel 1985 fu segnalata all’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente quale emergenza naturalistica meritevole di protezione, da inserire nel Piano Regionale dei Parchi e delle Riserve Naturali. Nel ’95 viene formalmente istituita la Riserva la cui gestione viene affidata al C.A.I. Sicilia.

Vi si accede tramite via Luoghicelli, una traversa di Viale Regione Siciliana, nel tratto in cui diventa la bretella lato monte dell’autostrada PA-TP a Tommaso Natale.

Via Luoghicelli si imbocca svoltando in direzione Trapani a circa 150 mt. dal sottopassaggio che attraversa l’autostrada nei pressi di via Socrate. Dopo circa 400 mt. in salita si raggiunge un pianoro da cui un comodo sentiero permette di raggiungere la grotta.

Oltre che per gli aspetti speleologici, la Riserva è caratterizzata da altri elementi di attrattiva per il visitatore: le bellezze paesaggistiche, la flora e la fauna, gli aspetti geologici, la presenza dell’uomo nel tempo.

L’ambiente che circonda la Grotta Conza è quello caratteristico e aspro dei monti di Palermo, dove le rocce calcaree assumono una colorazione variegata dal grigio, al rosa, al ruggine. Fa da sfondo a tutto questo l’azzurro del mare e del cielo.

Quest’area è caratterizzata dalla foresta mediterranea sempreverde con dominanza di carrubo, olivastro, palma nana e altre specie arbustive. La specie più rappresentativa è l’Ampelodesmos tenax (meglio conosciuto in siciliano come “ddisa”). La vegetazione rupestre, che spontaneamente cresce in nicchie ed anfratti protetti o sulle pareti è caratterizzata dalla presenza del cappero, del ficodindia, del timo, del garofano di montagna, del cavolo selvatico e diverse altre specie.

L’area in cui è ubicata la grotta è caratterizzata dalla presenza di rocce prevalentemente calcaree,  che vanno fatte risalire ai periodi geologici del Mesozoico e Terziario.

La grotta è formata da un unico grande ambiente  che misura circa 90 mt. di lunghezza e 30 di larghezza , che si apre con uno spettacolare antro di forma semi-ellittica, ai piedi di una parete verticale circondata da una lussureggiante vegetazione di frassini e carrubi. Nell’area antistante la grotta sono stati ritrovati i primi segni di frequentazione umana delle popolazioni che usavano la grotta per lo svolgimento delle normali pratiche agro-silvo-pastorali. Si notano infatti resti di recinti per le greggi costruiti con muri in pietra a secco.

La grotta veniva frequentata sin dall’uomo paleolitico. Davanti l’ingresso della grotta sono stati raccolti resti di pasto composti da frammenti ossei di mammiferi e molluschi, utensili e oggetti in ceramica custoditi oggi in parte al Museo Geologico Gemellaro dell’Università di Palermo. Sempre nella stessa zona è possibile ritrovare, in inverno, alcuni laghetti formati dalle acque di percolazione che si raccolgono in presenza di un substrato impermeabile, attorniati da una ricca vegetazione di capelvenere e ortica.

Poco frequenti sono invece le stalattiti e le stalagmiti, a volte ancora in formazione  allo stato di delicate  e trasparenti cannule .

La Grotta Conza, a causa dell’imponente ingresso , largo 25 mt. e alto circa la metà, che consente alla luce di penetrare sin quasi al fondo della sala, è sede di un’abbondante flora e fauna.  La fauna invertebrata è composta per la maggior parte da visitatori occasionali dell’ambiente sotterraneo come diplopodi, il coleottero, gli isopodi e il ragno opinione. E’ inoltre presente un’abbondante fauna vertebrata che è possibile osservare saltuariamente in quanto abita la grotta solo per pochi periodi limitati: la volpe, l’istrice, pipistrelli, una ricca avifauna e l’allocco.        

 

Il Santo Patrono: San Giovanni Battista

 

Giovanni il Battista è un Santo  a cui i Vangeli danno orgoglioso risalto, intrecciandone costantemente la vita e la predicazione con l’opera di  Gesù.

Figlio di Zaccaria e di Elisabetta, fu generato quando i genitori erano in tarda età. La sua nascita fu annunciata dallo stesso arcangelo Gabriele che diede l’annuncio a Maria; quando questa andò a visitare Elisabetta, il nascituro balzò di gioia nel ventre materno. Per aver conosciuto direttamente Gesù, e per  averne annunciato l’arrivo ancor prima di nascere , Giovanni è ricordato come  “il più grande dei profeti”. Da Sant’Agostino sappiamo che la celebrazione della nascita di Giovanni al 24 giugno era antichissima nella chiesa africana: unico santo, insieme alla Vergine Maria, di cui si celebra non solo la morte (il dies natalis, cioè la nascita alla vita eterna), ma anche la nascita terrena. Sentita la chiamata del Signore, Giovanni andò a vivere nel deserto, conducendo vita di penitenza e di preghiera. Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico(Marco 1,6).

Giovanni Battista annunciò più volte di riconoscere in Gesù il Messia annunciato dai profeti, ma il momento culminante è quello in cui Gesù stesso volle essere battezzato da lui nelle acque del Giordano; in quell’occasione Giovanni additò Gesù ai suoi seguaci come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Giovanni 1,29). Tuttavia risulta che molti continuarono a dirsi seguaci del Battista ancora a lungo, e non è certo che tutti abbiano poi aderito alla Chiesa cristiana. Il Battista morì a causa della sua predicazione. Egli condannò pubblicamente la condotta di Erode Antipa, che conviveva con la cognata Erodiade; il re lo fece prima imprigionare, poi, per compiacere la bella figlia di Erodiade, Salomé, che aveva ballato ad un banchetto, lo fece decapitare. La celebrazione della “decollazione” di Giovanni Battista è fissata al 29 agosto, probabile data del ritrovamento della reliquia del capo del Santo, ora conservata nella Chiesa di San Silvestro a Roma. Il piatto che secondo la tradizione accolse la testa del Battista è custodito a Genova,nel Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo.

 

CURIOSITA'

Proverbi Siciliani

Curri curri ca ccà t’aspettu.

- Amuri biddizzi e dinari su tri cosi ca  un  si ponnu ammucciari.

- Quantu su l’acchianati su li scinnuti.

- Meglio suli ca mali accompagnati.

- Avi abbrusciari pi diri ai!

- Cu pratica c’u zoppo all’annu zuppichia.

- Difenni u tò o tortu o dirittu.

- U immurutu mezzu a via u so immu un su talia.

- Ci voli u ventu  in chiesa pì astutari i cannili.

- L’acqua rintra e u cannolo fora.

- Di parrini si piglianu li vini.

- Lassa lu focu ardenti e duna aiutu a partorenti

- Meglio perdiri ca straperdiri.

- U lupu perdi u pilu ma no u vizio.

- Cu nasci tunnu un po’ moriri quatratu.

- Meglio l’ovo oggi, ca la gaddina dumani.

- Cu sputa n’celu facci ci torna.

- A addina chi camina s’arricogli cu a vozza china.

- Ci dissi u surci a nuci:”dammi tempu ca ti spirtusu”.

- Bon tempu e malu tempu un dura mai tuttu un tempu.

- Vivu acqua picchi acqua aiu, s’avissi vinu vivissi vinu.

- I picciuttieddi schietti su comu i tuvagghi novi, tutti si ci vulissiro asciucari i manu.

- Figli nichi guai nichi, figli granni guai granni, figli maritati e guai raddoppiati.

- Cu l’avi nica a teni nnò casciuni, cu l’avi granni l’appizza o muru (la croce).

- I corna su comu i denti, fannu mali quannu spuntanu ma po’ aiutanu a manciari.

- Cu parlò m’arricriò.

- Pani schittu e libertà.

- Santa Rusulia s’apparò.

- I guai da pignata i sapi a cucchiara ca l’arrimina.

- Vicinu  u re, biatu cu c’è.

- Risparmia la farina mentri lu saccu è chinu.

-Cu mancia fa muddichi

- O cavaddu mmiriatu ci luci u pilu.

- A vutti china e a mugghieri m’riaca..

- Bon capudannu e bon capu ri misi, i mustazzoli unni su misi?

- Arrunza arrunza e ni manciamu puru li trunza.

- Cu i fatti so nun si sapi fari, a lu nfernu si n’avi a ghiri

- Austu e riustu capu d’invernu.

- U suli spunta e spunta pi tutti.

- Una manu lava l’altra e tutti dui si lavanu megliu .

- Cu paga prima mancia pisci fitusu

- L’acqua ti vagna e u ventu t’asciuca.

- Sedi, figlia, sedi ca bona vintura ti veni.

- A zita maialina nun si gori la  cuttunuina.

- Cu nesci arrinesci.

- Aceddu dintra a gaggia o canta pi stizza o pi raggia.

- Doppu a timpesta veni u sirenu.

- A meglio parola è chidda ca un si dici.

- Chianci u giustu pu piccaturi.

- Un c’è nenti dintra na casa vacanti.

- Prima l’amaru e poi u ruci.

- Auguri e figli masculi.

- Tuttu è bonu e biniditto.

- L’ultimu inchi i pignati.

- A mamma è dutata un si tacca.

- Aranci, aranci e cu l’avi si chianci

- L’amma a Dio e ruaba a cu tacca.

 

La toponomastica del luogo

Per toponomastica si intende  l’insieme dei toponimi di una regione, il complesso delle denominazioni di strade, piazze ecc…di una città.

Camminando per le vie del quartiere Tommaso Natale- Sferracavallo, s’incontrano strade dai nomi caratteristici e vari.

Alcune richiamano alla mente gli agrumi di Sicilia, come per esempio via del Mandarino, via del Limone, via dell’Arancio, via del Cedro o altri frutti come via del Ciliegio, via del Pero e piazza Mandorle.

Altre strade hanno nomi di scrittori e poeti dell’antichità: via Ennio, via Virgilio ,via Tacito ,via Plauto, via Lucrezio, via Orazio.

A testimonianza dell’origine marinara della borgata e delle attività legate al mare che in essa si svolgevano, ci sono poi: via dei Pescatori, via dei Barcaioli, la via Marina, la via Barcarello, via Scalo, via del Tritone e località della costa come la Baia del Corallo, la Baia di Barcarello e la punta Scalo.

Le località della costa e alcune zone di mare vicine ad essa sono conosciute ed indicate dagli abitanti del quartiere con appellativi in dialetto siciliano che si riferiscono ad una loro caratteristica.

Così la Baia del Corallo è chiamata anche né i francisi perché lì villeggiavano alcuni francesi.

Più avanti al confine con il Lido si trova una  zona denominata né scivoli perché è facile accedere al mare.

In mare, al centro del porticciolo, c’è una zona sabbiosa dove si tocca il fondo chiamata “nu menzu du portu”. Di fronte il lungomare u pitruni indica uno scoglio isolato nell’acqua dal quale i ragazzi si tuffano in mare.

E’ conosciuto invece come u capannuni una costruzione abbandonata in riva al mare dove i pescatori si recano a pescare con la lenza e i giovani fanno il bagno.

Nella zona di Barcarello, oltre il molo, alcune località note sono: “a zotta”, una zona molto pescosa, a fossa chiamata così per la profondità del fondo marino, u virdi”, perché l’acqua assume riflessi di un colore intenso. Più avanti “u purtuni” indica il confine tra Sferracavallo e il monte Gallo.

 

LE VIE DEL QUARTIERE

Tritone: dio marino, figlio di Nettuno e d’Anfitrite. La metà superiore del suo corpo era d’uomo, il resto di pesce. Possedeva una conchiglia corniforme con la quale suonava.

Tacito(Cornelio): storico romano dell’età imperiale, scrisse opere con intento artistico e morale.     

Tacito(Marco Aurelio): imperatore romano, amò le lettere e proibì severamente il lusso.

Proserpina: dea romana dell’inferno, figlia di Giove e di Cerere e moglie di Plutone,                            da cui fu rapita presso l’Etna.

Orazio(Quinto - Flacco): poeta latino, nato a Venosa. Amico di Virgilio, n. nel 65, m. nell’8 a.C.

Naiadi: ninfe che presiedevano a fonti, fiumi e laghi.

Terenzio: poeta comico latino, nato a Cartagine, prima schiavo e poi liberto. Visse nel II sec. a.c. La sua vita si inserisce praticamente nel periodo di tempo compreso tra la fine della seconda guerra Punica (201 a.C.) e l’inizio della terza (149 a.C.) e si lega strettamente con la vicenda politica e culturale di quegli anni.

Ennio(Quinto): fu detto il padre della poesia latina. N. 239, m. 169 a.C.

Platone: Filosofo greco. N. 427, m. 347 a.C.

Tibullo: poeta latino. N. 54, m. 19 a.C.

Catullo: poeta lirico latino n. 87 m. 54 a.C.

Pegaso: cavallo alato nato dal sangue di Medusa, quando questa ebbe il capo tronco da Perseo, re di Macedonia. Medusa era  una delle tre Gorgoni, mostri di figura femminile che pietrificavano chiunque le guardasse. Avevano un solo occhio per tutte e tre e se ne servivano un po’ per una.

Eufrosine : nome di una delle tre Grazie.

Lucrezio: poeta latino, autore del poema “De rerum natura”. N. 99 m. 55 a.C.

Sallustio: storico latino. N. 86 m. 34 a.C.

 Hegel: nasce nel 1770, ed appartiene ad una generazione particolarmente importante perché vive l’esperienza della rivoluzione francese. Molto importante nella vita di Hegel oltre al rapporto con la rivoluzione anche il rapporto di amicizia con Schelling,  stretta ai tempi del collegio 

Rosario Nicoletti : ha conseguito la laurea chimica nel 1956. E’diventato assistente ordinario nel 1960 , libero docente nel 1963 e professore ordinario nel 1976.

Nel 2001 è stato insignito nella medaglia “Bruner”.

 

Diminutivi dei nomi

Angelo/a: Ancilù , Ancilina.

Giuseppe: Pino, Pinuzzu, Piddu, Peppino.

Anna: Nannina, Annuzza. Gaetano: Tano, Tanino,Taninè.

Antonina: Nina.

Gioacchino: Iachino.
Antonio: Totò.

Giuseppina: Peppina.

Benito: Nittu.

Ignazio: Gnaziné , Gnazio.

Caterina: Tina , Rina.

Loredana: Laritè

Calogero: Calò, Caliddu.

Lorenzo: Làritù.
Domenico: Minicò.

Maria Grazia: Graziella.

Francesca Paola: Cicca Paola

Rosolino: Sulino, Silò.

Francesco: Cicciò, Franco.

Rosario: Sariddu ,  Sarinu.
Filippo: Filiné. Salvatore: Turiddu, Totò.

Girolamo/a: Mommo , Mummina.

Tommaso: Masò , Masino.

Giovanni: Vanni , Gianniné

Vincenzo: Vicé.

 

LE ‘NCIURIE

Un’abitudine dei siciliani è quella di scambiarsi delle ‘nciurie, cioè dei nomignoli a volte offensivi, dei soprannomi che derivano dalle particolarità del carattere di una persona, o da una sua abitudine, o ancora da un difetto fisico o da un tic.

Spesso la ‘nciuria data a una persona si tramanda anche ai discendenti e rimane come soprannome di famiglia.

Anche nel nostro quartiere è diffusa l’abitudine di scambiarsi delle ‘nciurie e ancora oggi alcune persone vengono indicate con il soprannome.

Alcune delle ‘nciurie da noi raccolte hanno un doppio significato, per esempio “u stagnaru” era chi stagnava le pentole, ma anche chi si fermava in un posto e non andava più via ( acqua stagnante) e dava molto fastidio.

“U menza nasca” indicava un particolare aspetto del naso, o il carattere furbo.

“100 capri” invece era sia chi possedeva delle capre, sia una persona il cui nonno aveva comprato due capre e aveva l’abitudine di dire: “ se io campo 100 anni devo avere 100 capre”.

Altre ‘nciurie sono:

U TRIPPUSU=   Per la presenza di buchi in viso causati dal vaiolo

PUPIDDA=  amava truccarsi

SPARAGNAPANE= fanno tutto in casa

TISTUNI= chiamato così perché ha la testa grossa

PALERMITANA

FUNCIDDA=  perché aveva la bocca piccola

SPUNTUNI

NANETTI

SIGNURUZZU

I CURACCHIATTA

CARNAZZI 

NASCHE 

MANCIAPANI

PARACHINO

FUNCIAZZA  = perché hanno la bocca sporgente

TIC TIC = perché ha sempre un tic

CIFRUDDERI

GIOVENCO = perché ha la frutta più cara

VAVUSU =  perché si sbavava

PUDDICINO = perché era grosso e basso

MENZALIRA

U IMMURUTO = perché ha dei difetti fisici

U CHIECCU = perché è balbuziente

U TURRITTISI = perché vengono da Torretta

U RIZZITIEDDU = perché ha i capelli ricci

U SCERIFFU

U SCACALLU

U PACCARU

I VICCHIARINI

U CHIANUOTU =  della piana degli Albanesi

I VUIRPUNI

U BACCALARU  =  perché vende il baccalà

U PINNULUNI

A CARRUBAZZA

I TUICCHINI

U SPAMPINATU

I CURACCHIATTI

A STAGNATARA

I CIUOFALI

U SURCI = Deriva da un episodio accaduto a scuola:   a un bambino che alla domanda della maestra:” che cosa è in topo?” ha risposto: “ u surci”.

U CARBUNARU =deriva dal lavoro che svolgeva, cioè vendere carbone

AMMAZZA SCECCHI = possedeva degli asini che trattava male, al punto da farli morire

U PISCIALETTO =  faceva la pipì nel letto

U TURRICIANU = non si lavava mai

U CHIANCIULLINU = in qualsiasi situazione piangeva

I PASQUALAZZI = da un membro della famiglia che si chiamava Pasquale

U CENTESIMU = perché non voleva prestare un centesimo

U SCRICCHIATO = dimenticava di chiudersi la cerniera

U PICURAREDDU = perché possedeva delle pecore

U SINSALI = si occupava di affari

U TAPPU = perché non restituiva i soldi che aveva avuto in prestito, o per la bassa statura

U MUGNUNEDDU = gli mancava la mano

I MIVUSARU =  vendevano focacce con milza

U CONZAVARCHI = riparava le barche

U CURDAREDDU = faceva le scope con la corda

A SCIARRIERA = inventava le liti

U CILICHEDDU = si vantava e si sbavava

I MAMMANELLI =  quelli che assistevano chi doveva partorire

STINNICCHIATA =  stava sempre coricata

MARIA A GIORNALISTA =  perché sapeva tutto quello che succedeva ogni giorno

I RUSSI = perché avevano la pelle rossa

U SCIANCATU = perché era zoppo

A PIATTARA = perché questa persona, un tempo suonava i piatti nella banda

OCCHI CHIUSI = questa vecchietta teneva gli occhi chiusi

I COSCI CAPRI = perché avevano le gambe secche come le capre

A GEGHE GE’ = perché questa persona si vestiva sempre con stracci

A CAFFITIERA = a questa piaceva molto il caffè

I DON MARIANI = il capostipite si chiamava Mariano

A CIURARA =  perché questa persona vendeva fiori

MARRUZZIEDDI = perché le nonne avevano il nome Mariuzza

PRIZZITANA =  perché veniva da Prizzi

CACHI’ =  le piacevano molto i loti

BARUNI = perché andava vestito bene

U GIGANTI = perché quando era bambino era molto alto

U ‘NGRASCIATU = era un tipo sporco nel suo mestiere

I CISTARI =  costruivano le ceste di vimini

5 SORDI = erano tirchi

LUMINI = facevano i lumini

MATAPOLLI =lavoravano come tappezzieri

A SCIAMPILLICHIA = perché usciva vestita e truccata bene

U ‘NCIUTU = perché è nato con gli arti attaccati

BUMMA A MANU = perché tirava bombe a mano

 

 

Antichi mestieri

Se quello del pescatore è il mestiere più antico della borgata e quello che ancora oggi sopravvive,  ve ne sono altri un tempo diffusi e oggi non più perché legati ad abitudini e modi di vivere ormai scomparsi.

Per esempio un’ attività praticata dalle donne era la lavorazione delle scopa come le “scupi ri curina” che venivano fatte utilizzando la palma nana e in particolare la parte centrale, “u giummu” della frasca”, e che richiedevano una lavorazione lunga e laboriosa.

Oggi, anche se questo tipo di scopa non si utilizza più, alcune nonne ne insegnano la lavorazione ai nipoti, affinché la tradizione non scompaia del tutto.

Un tempo si poteva vedere il pescivendolo nella zona del porto vicino le barche o per le vie del quartiere, con le sue ceste colme di pesce, che proponeva la sua mercanzia “abbannianno”: “U ciavuru i mari…” oppure “Amunì, c’arriva a varca. Pisci friscu”.

Altri mestieri ormai scomparsi sono “U stagnataru” cioè colui che aggiustava e stagnava gli oggetti d’ alluminio.

U consalemme” che aggiustava le ciotole e le bacinelle di creta.

U vaccaru e u capraru” che andavano per le vie con le mucche e le capre e vendevano il latte appena munto.

C’erano poi:

“U carbunaru” che vendeva il carbone per cucinare.

“U bummarolo” che sparava le bombe in mare per prendere i pesci.

U ferravecchiu” raccoglieva vecchi oggetti di ferro.

U ciaramiddaru” che suonava canti natalizi con “a ciaramedda”, cioè la cornamusa.

“L’arrotino” era quello che affilava le forbici.

Ancora oggi se ne può vedere qualcuno per le strade in versione moderna, cioè in macchina e con un altoparlante attraverso il quale propone i sui servizi.

U gnuri” invece, era colui che guidava la carrozza.

U curdaru”  faceva le corde.

L’annuraturi”  dipingeva i muri

U siggiaru”  fabbricava e aggiustava le sedie.

Sopravvivono ancora oggi: ”u furnaru”, ”u putiaru”, ”u panillaru”, meglio conosciuti come panettiere, negoziante e venditore di panelle.

 

Storie di pescatori

Il territorio di Sferracavallo fu abitato fin dall’età preistorica da tribù di cacciatori, ma in epoche successive si sviluppano in esso attività legate al mare, come testimonia la presenza di una tonnara, già in epoca arabo normanna.

L’economia del luogo era quindi basata essenzialmente sulle attività agricole. Uno dei mestieri più diffusi un tempo era pertanto quello del pescatore, un mestiere oggi in via d’estinzione, in quanto le attività si sono diversificate e l’antico borgo marinaro ha assunto la caratteristica di borgo turistico-balneare. Nonostante ciò, è facile vedere nelle strade che portano al mare o nel porticciolo pescatori intenti ad aggiustare le reti, dipingere le barche o prepararsi per la pesca.

Alcuni di essi ci hanno fornito notizie utili per comprendere come questi mestieri sopravvivono nella borgata.

La maggior parte fanno  questo mestiere per professione, altre volte si tratta di giovani che si dedicano a quest’attività nel tempo libero, avendo trovato un lavoro più redditizio. In genere hanno iniziato a lavorare con un familiare, padre o nonno, e spesso era una tradizione di famiglia alla quale si dedicavano fin da piccoli con passione e che sentivano come un dovere.

“U zu Mattiu” viene considerato il più esperto di tutti i pescatori, forse per la sua età avanzata; è orgoglioso del suo mestiere al quale ha dedicato la maggior parte della sua vita.

Quasi tutti i pescatori hanno qualche esperienza da ricordare; il signor Giuseppe che si dedica a quest’attività nel tempo libero, ricorda quando, per un’avaria al motore, ha dovuto lanciare un SOS. Da allora, prima di partire per la pesca, recita preghiere e fa scongiuri contro il malocchio.

Durante la pesca alcuni pescatori cantano canzoni che sono legate alle attività che svolgono.

Un’abitudine tipica dei pescatori  è quella di salutarsi quando s’incontrano in mare durante la pesca, con la frase ”Viva Maria” e in risposta ”Viva Gesù”.

 Tra i pescatori di Sferracavallo sono anche diffusi dei soprannomi o ‘nciurie, di cui non si è potuta però ricostruire l’origine;

“Ancilu u tripuluni” , “Pinu u timunieri” e “Calatafimmina”sono alcune d’esse.

Generalmente, durante la pesca, vengono pescati polipi, calamari, totani, pesci spada con reti lunghissime chiamate palamiti, o con le polpesse, le spatare e i palangaru, e ancora scorfani e viole.       

 

Attività e hobbies legati al mare

Un’altra attività legata al mare che sopravvive a Sferracavallo è quella svolta dal signor Stefano Costa, che da circa quarant’anni costruisce barche, che poi vende ai pescatori.

Oggi lavora con il figlio di 22 anni cui ha trasmesso la sua passione. Nonostante costruisca barche, il signor Costa non ne possiede una per sé e quando vuole andare a pesca utilizza quella del fratello.

Per la costruzione delle barche utilizza diversi tipi di legno, il gelso per l’ossatura, il nespolo per la chiglia, il pino di Svezia o il polentino, un legno simile all’abete, per il fasciame cioè la copertura della barca.

Per costruire una lancia, cioè una barca con fianchi larghi, impiega circa un mese e mezzo. A lavoro ultimato, il costo di una barca è di circa quattro milioni e mezzo.

Arnesi del mestiere:

CHIANOZZU (PIALLA)

SCARPEDDU (SCALPELLO)

TENAGLIA

MARTELLO

RASPA

RASPINO

LIMA

SPINNAROLA

Legato al mare è anche l’hobby del signor Piero Pensabene che vive a Sferracavallo, ma non è originario del luogo.

Con molta fantasia il signor Pensabene da più di otto anni costruisce modellini di barche. La sua passione per le barche è nata, come lui dice,  in mare, quando viveva a Termini Imprese e andava a pescare. Allora vendeva modellini che costruiva per aiutare la famiglia, oggi continua a costruirli nel tempo libero per hobby, perché lavora come muratore.

Vocabolario del pescatore.

AIBITI=reti da pesca

PALANGARU=filo di nailon cui vengono legati gli ami

PALAMITARA=rete lunghissima

POLPESSA=arnese con sei ami usato per la pesca dei polipi

SPATARA=contenitore con diversi ami usato per la pesca del pesce spada

FILO A TRAINO=filo con l’amo nascosto in una piuma, s’utilizza soprattutto per la pesca d’occhiate e mangiaracina. 

 

LA MARINERIA

Nella borgata di Sferracavallo possiamo vivere le suggestioni di un mondo che, sebbene lontano nel tempo, è ancora vivo. Qui infatti la pesca viene esercitata nel rispetto degli equilibri naturali. “U palangaru”, un ingegnoso sistema di cattura costituito da una lenza madre dalla quale si dipanano i “vrazzuoli”, ai cui estremi è fissato l’ amo, è tra gli attrezzi più diffusi nella marineria locale

“Sarachi”, “capuni”, “pisci spata”, tunnareddi, a seconda delle stagioni, sono le principali prede catturate con questo strumento che fa di Sferracavallo una delle più celebri località di pesca con la lenza. Numerosi sono anche i “lenzaroli” che esercitano la cattura ai molluschi, quali polpi. Seppie, totani e calamari. Non mancano però le reti: col “tartaruni” si cattura “u cicireddu”, con la “raustina si pigghia la vopa”; “ca mpaiddata u pisci ri brodu”; col “ciancialo u capuni”; “ca tratta a sarda”.

Quest’ultima è una rete in cotone realizzata maglia dopo maglia, dalla maestria artigianale dei “saccituri”, durante tutto l’anno e soprattutto nelle giornate di maltempo. Con la tratta “ammagghianu” banchi di sardine che si spostano durante i flussi migratori, seguendo le rotte più temperate in estate e quelle più moderate in inverno. Ma tra gli attrezzi , il più originali è  lo “specchio”.

Sferracavallo è probabilmente una delle ultime  marinerie siciliane a conservare ancora la tecnica di cattura con questo singolare attrezzo . Grazie all’ausilio di un cilindro cavo, alla cui base è posto un vetro a tenuta stagna, il pescatore, immerso con testa e busto fino alla vita all’interno di tale strumento, perlustra i fondali marini  e intercetta le prede a occhio nudo.

Intensa era pure, fino a poco tempo fa, la pesca con le nasse in giunco. Oggigiorno, quantunque le nasse in giunco siano state sostituite, in gran parte, da quelle in metallo, ci sono ancora maestranze che conservano l’antica sapienza artigianale per la creazione di questo particolare attrezzo.

 

Ricette tipiche e piatti locali

 

Piatti locali

Frittula.

I cacocciuli arrustuti.

A nunnata fritta.

Cassatieddi i Pasqua.

I Pistuluna.

A pasta a palina ca’ muddica atturrata.

Pasta c’ i sardi a mari.

Pasta chi vrocculi arriminata

A’frittella (fave, piselli e fagioli). Alivi scacciati.

A pasta cu maccu.

Carni i crastu.

Babbaluci.

I cucciati

I brucculetti a pastetta.

Carduna a pastetta.

Frutta di martorana

Milinciani ammuttunati.

I mustazzoli.

N’ salata di arance.

Felli.

Panino chi cazzilli.

Calcagnolo.

Quarumi.

Stigghiola.

Mussu.

Mievusa

Arrascaturi.

Panelle

Crocchè

A’ caponata.

U canazzo.

Sardi allinguati.

U sfinciuni.

I vastidduna.

A spincia.

U pani i San Giuseppi.

A pupa cu l’ovu.

Cannoli siciliani.

Cassata siciliana.

Pasta chi sardi.

Sardi a becca ficu.

 

 

Ricette tipiche legate alla festività

          Oltre alle attività marinare, una tradizione importante della borgata è la cucina. Alcune ricette tipiche sono legate alla festività religiose. Per esempio per la Madonna un piatto tipico sono i ravioli,  per la ricorrenza di San Giuseppe le famiglie di Sferracavallo usano mangiare un minestrone con diversi tipi di pasta, ”u sminuzzu”, e diversi tipi di legumi. Altre ricette sono ”u vucciddatu” per Natale e “u pupu cu l’ovu” che sono tipici della cucina tradizionale siciliana.

Caratteristico è il pane venduto in occasione della festa dei Santi Cosma e Damiano, che raffigura i due Santi.

            

 

Ricette

 

Ravioli di ricotta

 

Ingredienti: 1 Kg. di farina, 300 g. di zucchero, 250 g. di Strutto, 1 busta di lievito 1 busta di vanillina, 1 Bicchiere di latte, 4 tuorli d’uovo, 1 Kg. di ricotta.

 

Procedimento: Impastare il tutto fin quando la pasta diventa omogenea. Quindi si taglia a pezzi l’impasto e si  allarga con un matterello, al centro si mette la ricotta, si chiudono i ravioli e si mettono in forno per circa 20-25 minuti. Dopo averli fatti raffreddare leggermente, spolverare con lo zucchero a velo.

 

 

“Vucciddatu” (Buccellato)

 

Ingredienti: 1 Kg, di farina, 400 g di strutto, 1 bicchiere di latte, 300 g. di zucchero, 1/2 bicchiere di vino, 6 tuorli d’uovo, 500 g. di fichi secchi, 150 g. di mandorle, 300 g. di cioccolato,150 g. di uva passa, 200 g. di coriandolini colorati di zucchero, 2 g. di ammoniaca.

 

Procedimento: Mettere in una ciotola l’uva passa, i fichi secchi tritati e le mandorle. A parte preparare la pasta frolla impastando la farina, lo zucchero, lo strutto, l’ammoniaca, il latte e le uova. Spolverare il tavolo da lavoro con farina e tirare dalla pasta un rettangolo fine. Collocare la conserva e arrotolare la pasta su se stessa dandole la forma di una ruota. Spennellare con albume d’uovo e porre a cuocere in forno.

 

 

“U pupu cu l’ovu” (Il pupazzo d’uovo)

 

Ingredienti:   1 Kg. di farina, 300 g. di strutto, 300 g. di

zucchero, 4 tuorli d’uovo, 2 buste di vanillina, 10

g. di ammoniaca, 1 bicchiere di latte.

 

Procedimento: impastare la farina con lo zucchero, lo strutto e i tuorli d’uovo. Aggiungere la vanillina , l’ammoniacaed infine il latte. L’impasto ottenuto si spiana con il matterello a forma di rettangolo. Al centro si adagia un uovo sodo e si chiude, cosi si ottiene una forma quasi ovale. Alla fine spolverare con l’albume d’uovo, decorare con coriandoli di zucchero colorati e porre in forno.

 

 

“U sminuzzu”-Minestrone con vari tipi di pasta e legumi

 

Ingredienti:  120 g. di zucchero, 120 g. di tagliatelle, 120 g. di lasagne, 120 g. di ditali, 120 g. di lumache, 120 g. di spaghetti, 120 g. di penne lisce, 100 g. di lenticchie, 150 g. di fagioli, 150 g. di ceci, 100 g. di fave, 250 g. di castagne secche, 150 g. di piselli secchi, 2 cipolle, 1 mestolo di olio, 30 g. di sale, 1 mazzetto di finocchietti, 2 carote e 3 pomodori.

 

Procedimento:mettere in una pentola piena d’acqua tutti i legumi, aggiungere il finocchietto, i pomodori spellati e tagliati a pezzettini, il sale e fare cuocere il tutto per circa 2 ore. A cottura ultimata aggiungere i vari tipi di pasta econtinuare la cottura. Aggiungere l’olio e servire il minestrone ben caldo.

Giochi Antichi

Prima non esistevano le bambole, le costruzioni o altri giochi, e quando li inventarono costavano anche molti soldi  e miei nonni erano ormai grandi. I nostri nonni avevano pochi giochi:

1. giocavano a saltare alla corda;

2. giocavano a “campana”

3. giocavano con i sassolini, i “pisoli”;

4. giocavano con le noccioline a bocce;

CONTATTI
Presidenza
PEC-Posta Elettronica Certificata
 
 
LINKS
Siti di insegnanti
Siti consigliati 
Siti musicali    
Meteo

 

Plesso Terenzio

via Terenzio 4 - Palermo
tel. 091/532140


Plesso Guzzardi
 

via Sferracavallo 91 - Palermo
tel. 091/533072


Plesso T.C. Onorato

via Tacito  5 - Palermo
tel. 091/532549


Plesso Don Milani
via Sferracavallo 132 -  Palermo
tel. 091/6911502

webmasters: Dolce Giovanna