STORIA DELLE BORGATE
SFERRACAVALLO - TOMMASO
NATALE
La raccolta del materiale
inerente Sferracavallo e Tommaso Natale è il risultato di un
percorso didattico svolto dagli alunni della sezione E
appartenenti alla Scuola Secondaria di I grado, con
l'aiuto dei docenti del medesimo corso.
INDICE
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La Storia di Sferracavallo
Fiancheggiata dai monti Billiemi e Pizzo S. Margherita e protesa verso il mar
Tirreno, Sferracavallo, grazie alla sua posizione, è una
borgata marinara e turistica, antica di molti secoli.
Sebbene non sia possibile datare con precisione le origini,
sappiamo tuttavia con certezza che il villaggio fu abitato
fin dall’età preistorica da tribù di cacciatori e
raccoglitori di radici, che vivevano nelle numerose grotte per proteggersi dagli
assalitori, convivendo con una grande varietà di animali,
fonte di alimentazione.
Intorno al
XV secolo il villaggio fu abitato da un gruppo di pescatori,
provenienti dall’area palermitana e dall’Isola delle
Femmine, i quali costituirono il primo nucleo abitativo
attorno all’antica tonnara, detta di “Calandria”, e ad una
chiesa nei pressi dell’attuale Via Scalo di Sferracavallo e
di via Amorello, non lontano dalla zona costiera detta “Zotta”.
All’inizio l’economia di questa piccola comunità era
concentrata sul mare, ma col passare del tempo gli abitanti
si dedicarono anche alle attività agricole: si diffusero i
vigneti e le coltivazioni di mirto e di sommacco, piante
utilizzate per la concia delle pelli.
Per difendere i terreni, la tonnara e soprattutto gli
abitanti dalle violente razzie dei pirati, furono erette due torri. La più antica fu
edificata dai conti di Carini e di Capaci nel 1417 i cui
ruderi sono tuttora visibili alle spalle dell’ Hotel
Bellevue, a Punta Maltese. Essa fu costruita per la difesa
dei pescatori e della tonnara, per allertare i contadini
sparsi nelle campagne in caso di pericolo ma, soprattutto,
per inviare messaggi alla città di Palermo provenienti da
Ustica e Trapani, utilizzando il fumo di giorno e il fuoco
di notte.
Incerta è invece la data di costruzione dell’ altra torre,
di forma cilindrica, che sorgeva ai piedi del Monte Billemi,
per proteggere una sorgente di acqua potabile e alcuni
vigneti. Questa torre fu demolita per la costruzione dell’
autostrada Palermo Punta Raisi.
Tra il XVII e il XVIII secolo la strada che congiunge
Sferracavallo a Palermo, divenuta impraticabile al punto che
sferravano i cavalli ( secondo alcuni studiosi è proprio per
questa ragione che la borgata assunse questo nome ), subì
una bonifica per consentire al re Vittorio Amedeo di recarsi
a Trapani. Dopo poco tempo le condizioni della strada
peggiorarono e nel 1750 si procedette alla definitiva
sistemazione; la nuova arteria, denominata “via Eustachio”
in onore del vicerè Eustachio di Viefuille, risultò così
agevole che poté accogliere numerose carrozze di dame e
cavalieri di Palermo durante le loro passeggiate.
Sempre in questo periodo fu edificata la Villa Maggiore Amari, che in
età settecentesca fu il centro di un vasto feudo che
comprendeva Sferracavallo, parte di Tommaso Natale e monte
Gallo.
Successivamente vengono costruiti i villini Liberty d’inizio
secolo, concentrati soprattutto nella via Plauto e nel viale
Florio. Da quel giorno si è assistito ad uno sviluppo sempre
crescente e la nuova località di villeggiatura ha
sopraffatto l’antico borgo di pescatori.
Le bellezze di Sferracavallo
RISERVA DI CAPO GALLO
Monte Gallo
è un promontorio di natura carsica che si erge a Nord Ovest
di Palermo tra Mondello e Sferracavallo.
L’elevato
carsismo ha prodotto migliaia di cavità, buche e anfratti,
ricettacolo di specie animali e vegetali. Molte di queste si
trovano sott’acqua, come la Grotta dell’Olio (o dell’Oglio)
La
denominazione di Capo Gallo è controversa, dato che non si
ravvisa nessuna affinità col familiare pennuto, se non per
la cresta dentellata che si vede dal mare. Potrebbe derivare
dal punico gal, che significa “monte”, e da qui
“fortezza”, “potere”; ovvero indicare le coturnici che vi
abitavano un tempo, conosciute come adduzzi o galline.
Fatto sta che ha avuto fortuna.
Il toponimo di Capo Gallo dovrebbe, a rigore, limitarsi alla
sola parte litoranea del promontorio, dato che il suo fianco
di mezzogiorno è più correttamente detto Monte Gallo.
La Riserva di Capo Gallo è la sola area marina protetta in Italia,
tanto vicina alla città da poterne utilizzare i servizi. Non
a caso lo slogan che la contraddistingue è: “Scoprite la
natura a due passi da casa”.
Pur trovandosi al centro di una zona fortemente antropizzata,
le sue acque riescono a rimanere limpide in ogni periodo
dell’anno grazie alle correnti marine e ai venti che ne
garantiscono un costante ricambio.
Lungo i versanti del monte, troviamo una vegetazione a
leccio (Quercus ilex) e lentisco (Pistacia
lentiscus) che ha ripreso vigore dopo il contenimento
del pascolo.
Diffusa è pure l’euforbia arborescente; più rigogliosa in
primavera, in estate perde le foglie per resistere alle
forti escursioni termiche, soprattutto sul versante
meridionale, più arso dal sole. Il suo lattice possiede
delle proprietà benefiche, conosciute ai pescatori più
longevi di Sferracavallo: se si viene punti dalla “tracina”
non c’è rimedio migliore del lattice dell’euforbia.
Il
versante meridionale, che guarda Tommaso Natale e
Sferracavallo, presenta suoli pietrosi e arsi dal sole, con
il terreno ormai impoverito; in queste condizioni di estrema
difficoltà sopravvivono,oltre l’euforbia, specie come l’ampelodesma
(Ampelodesmos mauritanicus). Quest’ultima,
volgarmente chiamata disa, è una tipica presenza dei
suoli ormai degradati: tenacissima, riesce a trattenere il
terreno e, se tagliata o bruciata, è in grado di germogliare
di nuovo con grande vigore. Alcuni decenni fa, con le foglie
più verdi della disa, gli agricoltori facevano
legacci per le verdure o le coltivazioni, ma andava
maneggiata con cura a causa dei profili taglienti.
Sempre su questo versante, nell’ 800, si coltivavano il
sommacco (Rhus coriaria) e il mirto (Myrtus
communis), piante contenenti elevate quantità di
tannino, i cui semi erano impiegati per la concia delle
pelli.
Le pareti a strapiombo di Capo Gallo offrono riparo e
condizioni ideali di vita a molti rapaci, come il falco
pellegrino, il gheppio, la poiana, l’allocco e il
barbagianni.
Tra gli anfibi va segnalata una piccola colonia di rospo
smeraldino. Tra i rettili possiamo incontrare la biscia
nera, la lucertola siciliana, il ramarro e il gongilo
ocellato. Volpi, conigli e topi completano il quadro della
fauna.
Le coste della riserva sono spesso ricoperte da posidonia la
cui presenza, anche se poco amata dai bagnanti, è
testimonianza della salubrità delle nostre coste. Sotto le
sue foglie vivono un’infinità di esseri viventi che vi
trovano rifugio, alimento e un ambiente ideale per
riprodursi.
Caratteristica della costa di Capo Gallo sono i marciapiedi a
vermeti. Queste estese formazioni avevano attirato
l’attenzione dei naturalisti già alla fine dell’800, ma c’è
voluto più di un secolo perché si capisse che quelle di Capo
Gallo erano ormai una rarità in tutto il Mediterraneo. In
alcuni punti il marciapiede a vermeti è così esteso infatti,
da raggiungere i sei metri di larghezza.
Si tratta di piattaforme calcaree ben note ai bagnanti; se ci
si siede a lungo sugli scogli infatti, è additabile a questi
piccoli molluschi, che dimorano all’interno di tubicoli
calcarei, quel fastidioso senso di puntura alla pelle. Il
mollusco che reagisce come può all’occlusione del suo
cubicolo è il Dendropoma petraeum. E’ lo stesso
organismo a creare il tubicolo, che diventa sempre più
esteso perché ad ogni individuo estinto se ne aggiunge un
altro sopra al precedente.
Quella che sembra un’anonima piattaforma calcarea è dunque
una straordinaria galleria vitale di piccoli molluschi.
LA GROTTA DELL’OLIO A CAPO GALLO
La grotta
dell’Olio è, forse, quella più nota ai diportisti. Si
raggiunge solo via mare; sino a pochi anni fa le
imbarcazioni entravano con facilità e senza alcun controllo;
adesso devono ancorarsi alle apposite boe poste fuori costa,
per non turbare il precario equilibrio ambientale e non
disturbare la ricca fauna. La grotta infatti si trova
proprio nella zona dove i divieti cominciano ad essere
piuttosto rigidi.
L’accesso sottomarino della grotta dell’Olio si trova a poco
più di dieci metri di profondità, dove si è ancora in
presenza di un ambiente illuminato e lo sviluppo delle forme
vegetali è fotofilo, cioè si serve della luce.
Superato l’ingresso sottomarino e riemersi all’interno, la
grotta appare in tutta la sua meraviglia, con il colore del
fondo rischiarato dai giochi di luce provenienti da una
cavità nella volta e dall’ingresso.
Il Santo Patrono:SS Cosma e Damiano
Cenni
biografici sui SS. Cosma e Damiano
Poche sono le notizie
biografiche che ci sono pervenute sui SS. Cosma e Damiano,
tanto che la tradizione si è arricchita di non poche notizie
ed episodi che sanno più di leggende che di verità storica.
Tuttavia, anche se non
abbiamo la possibilità di avere notizie certe sulla loro
vita, possiamo ricostruire con precisione molti tratti della
loro esistenza attingendo alle testimonianze offerteci dalle
numerose chiese a loro dedicate sia in Medio Oriente che in
Occidente, oltre che alla ricca produzione iconografica.
I santi Cosma e Damiano
erano fratelli gemelli nati in Arabia. Vissero insieme agli
altri loro fratelli, nei territori orientali dell’ Impero
Romano nella seconda metà del terzo secolo.
La loro infanzia fu segnata
dalla perdita del padre e pertanto il compito della loro
formazione fu assolto esclusivamente dalla madre Theodata,
la quale inculcò loro l’amore verso Dio secondo il messaggio
evangelico. Tutti i fratelli infatti professarono la
medesima fede e furono tutti coinvolti nel medesimo
martirio.
I fratelli Cosma e Damiano
acquistarono una straordinaria notorietà presso il popolo
sia per lo zelo mostrato nella loro fede cristiana, sia per
lo straordinario talento di guarire le malattie. Essi
tradussero in opere l’invito cristiano all’Amore tanto che
svolsero la loro attività di Medici nel segno della totale
solidarietà umana e cristiana, sollecitando nei pazienti la
speranza di guarigione e la fiducia nell’intervento della
Divina Provvidenza.
A questo abbinarono anche
il distacco dai beni terreni. I tempi erano infatti
particolarmente tristi e assai precarie erano le condizioni
economiche dei pazienti; i santi Medici non potevano
condizionare la loro prestazione alla ricompensa.
Decisero così di rinunciare
a qualsiasi pagamento, tanto che si meritarono il
significativo appellativo di “ANARGIRI”, cioè senza argento.
Tutto ciò suscitò un largo
consenso tra la povera e umile gente non solo alla loro
persona, ma anche alla fede che essi professavano.
Il
linguaggio di amore da loro usato suscitava consensi ed
adesioni, accrescendo il numero dei fedeli a Cristo. Tale
fenomeno suscitò l’interesse preoccupato del governatore,
che si adoperò di eliminare l’espansione della nuova
dottrina e di sopprimere coloro i quali ne erano i
propagatori. Secondo gli ordini dell’imperatore Diocleziano
(284-305), furono allora arrestati e processati:poiché si
rifiutarono di rinnegare la propria fede in Cristo e
bruciare l’incenso, in segno di adorazione alle divinità
pagane, furono condannati a morte. I santi accettarono il
martirio, insieme ai loro tre fratelli, con animo sereno e
forte a testimonianza della verità di Cristo e della
validità della loro opera.
La devozione ai SS. Cosma e Damiano a Sferracavallo
Non è possibile datare l’origine della devozione ai SS. Cosma
e Damiano nella borgata di Sferracavallo, ma si può ritenere
che si sia sviluppata in concomitanza al lento sviluppo
della borgata stessa.
Gli abitanti svolgevano attività lavorative legate alla terra
o al mare ponendosi quindi al servizio dei proprietari
terrieri o di quelli della tonnara.
La prima comunità era dunque costituita da povera gente che
viveva in condizioni di precarietà, sia per il lavoro che
per la salute. Probabilmente fu questa ragione a sviluppare
una fiducia incondizionata nei santi Medici Martiri Cosma e
Damiano.
La festività dei santi si svolgeva nella città di Palermo con
particolare fasto, ma dal ritrovamento del corpo di Santa
Rosalia (1624), cominciò a perdere d’importanza tanto che
l’arcivescovo pensò di dare ai santi una nuova sede. La
scelta cadde così sulla borgata di Sferracavallo: borgo di
mare e di pescatori.
Probabilmente una delle tante torture che i Santi, secondo la
tradizione cristiana, subirono (furono flagellati, legati e
gettati in mare, ma successivamente riemersero danzando
allegramente tra lo stupore generale) è all’origine del
legame dei fratelli medici con le contrade marinare e del
caratteristico avanzare gioioso e veloce della processione
che ogni anno viene realizzata nel quartiere in loro onore.
LA FESTA DEI SS. COSMA E DAMIANO
L’ultima settimana di settembre, nella pittoresca e antica
borgata di Sferracavallo, viene celebrata la tradizionale
festività dei santi protettori Cosma e Damiano,
straordinari medici e martiri che, nella seconda metà del
terzo secolo d.c., furono condannati a morte a causa della
loro profonda fede cristiana riluttante al paganesimo.
Questa festività si è sviluppata insieme alla piccola
comunità di pescatori intorno al XVII secolo e , data la
precaria condizione economica e di salute di tale comunità,
si costruì intorno ai santi il proprio culto religioso da
professare contro ogni sofferenza.
La devozione verso i SS. Cosma e Damiano è da sempre
profondamente sentita e tramandata di padre in figlio non
soltanto nella borgata di Sferracavallo, ma anche nelle zone
limitrofe come Isola delle Femmine e Capaci dove il 26
settembre di ogni anno (giorno della ricorrenza della
festività dei Santi martiri) centinaia di pellegrini danno
prova della loro grande devozione e fedeltà ai Santi,
compiendo il viaggio a piedi scalzi nelle zone limitrofe
sopra citate, fino al santuario di Sferracavallo dove sono
presenti i simulacri dei Santi medici.
E’ suggestiva l’atmosfera sferracavallese durante la
festività: tutte le vie della borgata vengono adornate da
luci sfavillanti che di sera trasformano la stessa borgata
in uno scenario fantasmagorico animato dal fragore della
gente, dalla tradizionale presenza di numerose bancarelle
traboccanti di souvenir e dolciumi dai colori molteplici e
dallo scintillante specchio d’acqua del golfo della borgata,
che fa da autentica cornice al magnifico contesto della
festività.
Entusiasmante è l’agonismo con il quale diverse discipline
sportive (canottaggio, ciclismo, calcetto ecc.) vengono
praticate durante i giorni che precedono la domenica della
processione dei santi medici.
Tra queste gare agonistiche, quella maggiormente seguita e
sentita dagli sferracavallesi, è la tradizionale e
pittoresca gara di barche che si svolge sul tratto di mare
antistante la borgata, con barche da pesca dai colori
appariscenti.
Qualche ora prima dell’inizio della gara di barche, tutto il
pubblico si riversa sul tratto di costa dove erge il nuovo
monumento dei SS. Cosma e Damiano per assistere
all’”esilarante” gioco dell’antenna a mare, consistente in un lungo albero, appositamente legato
dall’estremità più robusta alla roccia, prominente verso il
mare, sul quale viene cosparso del sapone pastoso fino
all’estremità opposta dov’è situata una bandiera tricolore.
Gli sfidanti, in costume da bagno e accompagnati dal rullo
del tamburino, dovranno percorrere acrobaticamente l’intero
albero viscido per riuscire ad acchiappare l’agognata
bandiera.
L’impresa sfocia spesso nella caduta a mare dei concorrenti
seguita dalle risate degli spettatori.
La gara di barche che ne segue è uno spettacolo di rara bellezza, dall’aspetto
folcloristico e nel contempo paesaggistico che incuriosisce
ed incanta tutto il pubblico, addossato euforicamente sulla
splendida scogliera del golfo.
L’ultima domenica di settembre intorno alle ore 14:00 viene
annunciato dal continuo suono di campane, l’inizio della
processione dei SS. Cosma e Damiano che richiama i fedeli a
sostenere religiosamente il momento peculiare di uscita dei
martiri dal santuario.
La gravosa vara con i simulacri dei santi martiri, viene
sostenuta sulle spalle per le vie della borgata da un
cospicuo numero di “portatori” vestiti di bianco con due
foulard di colore rosso legati uno ai fianchi e l’altro al
collo.
Subito dopo l’uscita viene eseguita la suggestiva “ballata”
della vara accompagnata dalla banda musicale e dal ritmato
battimani della gente.
La processione si conclude a notte fonda con la teatrale e
divertente “danza” dei “personaggi” portatori della vara e
con la travolgente salita della stessa lungo via Marina fino
alla piazza SS. Cosma e Damiano dove viene ulteriormente
celebrata l’attesa “ballata finale”.
Quest’ultima, particolarmente cara al pubblico, lo è un po’
meno invece alla banda musicale che ormai sfiatata viene
sollecitata dall’euforia della gente a suonare, fintantoché
la vara non si inclina per la considerevole stanchezza dei
fedeli portatori.
I giochi pirotecnici eseguiti in onore dei santi, sono tra i
più spettacolari e richiamano ogni anno nella borgata
marinara un incredibile afflusso di spettatori da tutto il
territorio palermitano.
LA PARROCCHIA DEI SS. COSMA E DAMIANO
La chiesa attuale è un rifacimento
ottocentesco di una cappella qui esistente sin dal 1696.
All’interno della chiesa, in nove
riquadri, sono affrescati la vita e il martirio dei SS.
Cosma e Damiano.
L’opera fu eseguita da Nikos Jannakakis
negli anni 1977-78.
PRIMO AFFRESCO: La madre Teodora, fervente
cristiana, istruisce i SS.Cosma e Damiano alla fede. I Due
santi tengono il libro del catechismo in mano e ascoltano
l’istruzione religiosa che viene loro impartita nella
“chiesa domestica”.
SECONDO AFFRESCO: Descrive la resurrezione
di Palladia, un miracolo avvenuto per intercessione dei
Santi, mentre erano ancora in vita.
TERZO AFFRESCO: Le miracolose guarigioni
degli infermi. Una lunga fila di malati implora l’intervento
guaritore dei SS. Cosma e Damiano.
QUARTO AFFRESCO: Il quadro descrive il
momento in cui Lisia emette la sentenza di condanna.
L’ordine è eseguito da due soldati, uno dei quali brandisce
la spada in segno di sfida. L’altro si prepara a condurre in
catene gli eroi, sereni e rassegnati, perché certi
dell’innocenza davanti al tribunale di Dio.
QUINTO AFFRESCO: Mostra la scena della
lapidazione e l’accanimento dei carnefici intenti a
scagliare con veemenza pietre contro i due Fratelli.
SESTO AFFRESCO: I Santi gettati in mare,
legati mani e piedi, miracolosamente si salvano
dall’annegamento. La scena ritrae lo stupore dei presenti
accorsi a seguire l’avvenimento e la gioia de seguaci dei
SS. Cosma e Damiano per lo scampato pericolo. A sottolineare
la soprannaturalità dell’evento, un angelo con le ali
spiegate si avvicina per ricondurre a riva i due atleti di
Cristo.
SETTIMO AFFRESCO: In questo affresco i
Santi sono sottoposti alla prova del fuoco. Un Angelo di
grandi proporzioni, aleggiante sul luogo in cui si consuma
l’evento, conforta i Santi.
OTTAVO AFFRESCO: Viene rappresentata la
prova della fustigazione, una tortura che produceva dolori
strazianti al punto che era proibita nei confronti dei
cittadini romani. Nel quadro si vedono i SS. Cosma e
Damiano legati ad un palo, frustati dagli sgherri.
NONO AFFRESCO: Il martirio avvenne per
decapitazione. Nel grande affresco che descrive il martirio
in scene distinte, i Santi cadono sotto i colpi dei
carnefici, sereni in volto: hanno sacrificato la loro vita
pur di restare fedeli al Signore.
Il martirio descritto in due fasi, mostra
il momento in cui il carnefice sta per vibrare il colpo
mortale sul santo in posizione genuflessa e in orazione, e
la decapitazione già eseguita. Collegano le due scene i tre
Angeli con le ali spiegate.
Nella navata destra, in un armadio, sono
custodite le Statue dei Santi. Sono due statue lignee di
pregevole fattura, opera di scuola napoletana del XVIII
secolo. Stringono al petto il libro dei Vangeli e recano in
mano la palma, simbolo di martirio e di vittoria.
Nella sagrestia, sulla parete d’ingresso,
è appesa una tela di grandi dimensioni, datata 1838, di
autore ignoto. Rappresenta l’Apparizione della Vergine del
Carmine ai SS. Cosma e Damiano. I Martiri sono ritratti di
profilo, con lo sguardo rivolto verso la Madre di Dio che
regge tra le braccia il suo Divin Figlio. Alla base del
quadro sono dipinti l’anfora e il serpente di Esculapio,
simboli dell’arte medica.
La storia
di Tommaso Natale
La borgata, che prende il nome da Tommaso Natale, marchese di
Monterosato, fa parte dei borghi della Piana dei Colli che,
tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700, cominciarono a
svilupparsi attorno alle “casene” che patrizi, magistrati e
ricchi mercanti avevano edificato. Il territorio si
estendeva dalle falde del monte Billiemi a quelle di monte
Gallo e fu concesso in enfiteusi a Federico Bortolo, giudice
della Gran Corte nel 1696. Questi ampliò la propria tenuta
ed edificò nel baglio una cappella benedetta nel 1699.
A causa dei debiti contratti del suo successore, la tenuta
venne confiscata e venduta al negoziante Tommaso Natale nel
1712. Questi affidò il baglio e la cappella all’abate Pietro
Natale che fece abbattere la cappella e costruire una nuova
chiesa. La proprietà venne quindi ereditata da Domenico
Natale e da questi passò al figlio Tommaso Natale
(1733-1819) insigne giurista e uomo politico. Poiché la
popolazione della borgata cresceva, la piccola chiesa non
era più sufficiente e così nel 1826 fu decisa la costruzione
di una nuova chiesa che fu aperta al culto il 24 Dicembre
1830 e intitolata a S. Giovanni Battista.
IL MARCHESE NATALE
Marchese di Monte Rosato, Tommaso Natale nasce a Palermo il 3
giugno 1733 e muore il 20 settembre 1819, nei luoghi in cui
aveva vasti possedimenti.
Uomo di notevole cultura, fu giurista, filosofo e letterato.
Fin dall’infanzia fu educato alle lettere umanistiche e
frequentò le migliori scuole dell’ epoca. Fu seguito negli
studi dallo zio paterno Giovanni, poeta e grecista. Conobbe
le lingue classiche, imparò il francese e l’inglese e, ancor
giovane, si interessò di poesia, filosofia, diritto e
storia. Nel 1756 pubblicò una prima parte di un poemetto
dedicato alla filosofia di Leibniz. Tale poemetto fece
grande scalpore e il giovane Tommaso fu osteggiato dai
gesuiti. Per tale motivo si trasferì a Napoli, dove scusse
le “Riflessioni politiche intorno all’ efficacia delle
pene”, opera che anticipa il riformismo penale di Cesare
Beccaria.
Ebbe una vita culturale intensa e per la sua epoca può
definirsi uomo di cultura europea. Propugnò la laicizzazione
dell’ insegnamento affinché l’ educazione fosse veramente
efficace.
All’ età di 51 anni sposò Rosalia Gugino dalla quale ebbe 9
figli.
Fu consigliere di Stato, consigliere del supremo Magistrato
del Commercio , deputato dall’ università di Palermo e degli
Studi del Regno, oltre che membro di varie giunte come
quelle delle Regie Poste e del catasto. Fu un sostenitore
del frazionamento dei feudi.
Moriva il 28 Settembre 1819. Nello stesso anno veniva
promulgato il nuovo codice penale delle Due Sicilie, recante
quelle riforme che lo stesso aveva propugnato.
Le
bellezze di Tommaso Natale
GROTTA CONZA
Collocata
in prossimità della borgata di Tommaso Natale, nel 1985 fu
segnalata all’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente
quale emergenza naturalistica meritevole di protezione, da
inserire nel Piano Regionale dei Parchi e delle Riserve
Naturali. Nel ’95 viene formalmente istituita la Riserva la
cui gestione viene affidata al C.A.I. Sicilia.
Vi si accede tramite via Luoghicelli, una traversa di Viale
Regione Siciliana, nel tratto in cui diventa la bretella
lato monte dell’autostrada PA-TP a Tommaso Natale.
Via Luoghicelli si imbocca svoltando in direzione Trapani a
circa 150 mt. dal sottopassaggio che attraversa l’autostrada
nei pressi di via Socrate. Dopo circa 400 mt. in salita si
raggiunge un pianoro da cui un comodo sentiero permette di
raggiungere la grotta.
Oltre che per gli aspetti speleologici, la Riserva è
caratterizzata da altri elementi di attrattiva per il
visitatore: le bellezze paesaggistiche, la flora e la fauna,
gli aspetti geologici, la presenza dell’uomo nel tempo.
L’ambiente che circonda la Grotta Conza è quello
caratteristico e aspro dei monti di Palermo, dove le rocce
calcaree assumono una colorazione variegata dal grigio, al
rosa, al ruggine. Fa da sfondo a tutto questo l’azzurro del
mare e del cielo.
Quest’area è caratterizzata dalla foresta mediterranea
sempreverde con dominanza di carrubo, olivastro, palma nana
e altre specie arbustive. La specie più rappresentativa è l’Ampelodesmos
tenax (meglio conosciuto in siciliano come “ddisa”). La
vegetazione rupestre, che spontaneamente cresce in nicchie
ed anfratti protetti o sulle pareti è caratterizzata dalla
presenza del cappero, del ficodindia, del timo, del garofano
di montagna, del cavolo selvatico e diverse altre specie.
L’area in cui è ubicata la grotta è caratterizzata dalla
presenza di rocce prevalentemente calcaree, che vanno fatte
risalire ai periodi geologici del Mesozoico e Terziario.
La grotta è formata da un unico grande ambiente che misura
circa 90 mt. di lunghezza e 30 di larghezza , che si apre
con uno spettacolare antro di forma semi-ellittica, ai piedi
di una parete verticale circondata da una lussureggiante
vegetazione di frassini e carrubi. Nell’area antistante la
grotta sono stati ritrovati i primi segni di frequentazione
umana delle popolazioni che usavano la grotta per lo
svolgimento delle normali pratiche agro-silvo-pastorali. Si
notano infatti resti di recinti per le greggi costruiti con
muri in pietra a secco.
La grotta veniva frequentata sin dall’uomo paleolitico.
Davanti l’ingresso della grotta sono stati raccolti resti di
pasto composti da frammenti ossei di mammiferi e molluschi,
utensili e oggetti in ceramica custoditi oggi in parte al
Museo Geologico Gemellaro dell’Università di Palermo. Sempre
nella stessa zona è possibile ritrovare, in inverno, alcuni
laghetti formati dalle acque di percolazione che si
raccolgono in presenza di un substrato impermeabile,
attorniati da una ricca vegetazione di capelvenere e ortica.
Poco frequenti sono invece le stalattiti e le stalagmiti, a
volte ancora in formazione allo stato di delicate e
trasparenti cannule .
La Grotta Conza, a causa dell’imponente ingresso , largo 25 mt. e alto circa
la metà, che consente alla luce di penetrare sin quasi al
fondo della sala, è sede di un’abbondante flora e fauna. La
fauna invertebrata è composta per la maggior parte da
visitatori occasionali dell’ambiente sotterraneo come
diplopodi, il coleottero, gli isopodi e il ragno opinione.
E’ inoltre presente un’abbondante fauna vertebrata che è
possibile osservare saltuariamente in quanto abita la grotta
solo per pochi periodi limitati: la volpe, l’istrice,
pipistrelli, una ricca avifauna e l’allocco.
Il Santo
Patrono: San Giovanni Battista
Giovanni il Battista è un Santo a cui i Vangeli danno
orgoglioso risalto, intrecciandone costantemente la vita e
la predicazione con l’opera di Gesù.
Figlio di Zaccaria e di Elisabetta, fu generato quando i
genitori erano in tarda età. La sua nascita fu annunciata
dallo stesso arcangelo Gabriele che diede l’annuncio a Maria;
quando questa andò a visitare Elisabetta, il nascituro balzò
di gioia nel ventre materno. Per aver conosciuto
direttamente Gesù, e per averne annunciato l’arrivo ancor
prima di nascere , Giovanni è ricordato come “il più grande
dei profeti”. Da Sant’Agostino sappiamo che la celebrazione
della nascita di Giovanni al 24 giugno era antichissima
nella chiesa africana: unico santo, insieme alla Vergine
Maria, di cui si celebra non solo la morte (il dies natalis,
cioè la nascita alla vita eterna), ma anche la nascita
terrena. Sentita la chiamata del Signore, Giovanni andò a
vivere nel deserto, conducendo vita di penitenza e di
preghiera. Giovanni portava un vestito di peli di cammello e
una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano
locuste e miele selvatico(Marco 1,6).
Giovanni Battista annunciò più volte di riconoscere in Gesù
il Messia annunciato dai profeti, ma il momento culminante è
quello in cui Gesù stesso volle essere battezzato da lui
nelle acque del Giordano; in quell’occasione Giovanni additò
Gesù ai suoi seguaci come “l’agnello di Dio che toglie i
peccati del mondo” (Giovanni 1,29). Tuttavia risulta che
molti continuarono a dirsi seguaci del Battista ancora a
lungo, e non è certo che tutti abbiano poi aderito alla
Chiesa cristiana. Il Battista morì a causa della sua
predicazione. Egli condannò pubblicamente la condotta di
Erode Antipa, che conviveva con la cognata Erodiade; il re
lo fece prima imprigionare, poi, per compiacere la bella
figlia di Erodiade, Salomé, che aveva ballato ad un
banchetto, lo fece decapitare. La celebrazione della
“decollazione” di Giovanni Battista è fissata al 29 agosto,
probabile data del ritrovamento della reliquia del capo del
Santo, ora conservata nella Chiesa di San Silvestro a Roma.
Il piatto che secondo la tradizione accolse la testa del
Battista è custodito a Genova,nel Tesoro della Cattedrale di
San Lorenzo.
CURIOSITA'
Proverbi
Siciliani
Curri curri ca ccà t’aspettu.
- Amuri biddizzi e dinari su
tri cosi ca un si ponnu ammucciari.
- Quantu su l’acchianati su
li scinnuti.
- Meglio suli ca mali
accompagnati.
- Avi abbrusciari pi diri
ai!
- Cu pratica c’u zoppo all’annu
zuppichia.
- Difenni u tò o tortu o
dirittu.
- U immurutu mezzu a via u
so immu un su talia.
- Ci voli u ventu in chiesa
pì astutari i cannili.
- L’acqua rintra e u cannolo
fora.
- Di parrini si piglianu li
vini.
- Lassa lu focu ardenti e
duna aiutu a partorenti
- Meglio perdiri ca
straperdiri.
- U lupu perdi u pilu ma no
u vizio.
- Cu nasci tunnu un po’
moriri quatratu.
- Meglio l’ovo oggi, ca la
gaddina dumani.
- Cu sputa n’celu facci ci
torna.
- A addina chi camina s’arricogli
cu a vozza china.
- Ci dissi u surci a nuci:”dammi
tempu ca ti spirtusu”.
- Bon tempu e malu tempu un
dura mai tuttu un tempu.
- Vivu acqua picchi acqua
aiu, s’avissi vinu vivissi vinu.
- I picciuttieddi schietti
su comu i tuvagghi novi, tutti si ci vulissiro asciucari i
manu.
- Figli nichi guai nichi,
figli granni guai granni, figli maritati e guai raddoppiati.
- Cu l’avi nica a teni nnò
casciuni, cu l’avi granni l’appizza o muru (la croce).
- I corna su comu i denti,
fannu mali quannu spuntanu ma po’ aiutanu a manciari.
- Cu parlò m’arricriò.
- Pani schittu e libertà.
- Santa Rusulia s’apparò.
- I guai da pignata i sapi a
cucchiara ca l’arrimina.
- Vicinu u re, biatu cu
c’è.
- Risparmia la farina mentri
lu saccu è chinu.
-Cu mancia fa muddichi
- O cavaddu mmiriatu ci luci
u pilu.
- A vutti china e a
mugghieri m’riaca..
- Bon capudannu e bon capu ri misi, i mustazzoli unni su misi?
- Arrunza arrunza e ni
manciamu puru li trunza.
- Cu i fatti so nun si sapi
fari, a lu nfernu si n’avi a ghiri
- Austu e riustu capu d’invernu.
- U suli spunta e spunta pi
tutti.
- Una manu lava l’altra e
tutti dui si lavanu megliu .
- Cu paga prima mancia pisci
fitusu
- L’acqua ti vagna e u ventu
t’asciuca.
- Sedi, figlia, sedi ca bona
vintura ti veni.
- A zita maialina nun si
gori la cuttunuina.
- Cu nesci arrinesci.
- Aceddu dintra a gaggia o
canta pi stizza o pi raggia.
- Doppu a timpesta veni u
sirenu.
- A meglio parola è chidda
ca un si dici.
- Chianci u giustu pu
piccaturi.
- Un c’è nenti dintra na
casa vacanti.
- Prima l’amaru e poi u ruci.
- Auguri e figli masculi.
- Tuttu è bonu e biniditto.
- L’ultimu inchi i pignati.
- A mamma è dutata un si
tacca.
- Aranci, aranci e cu l’avi
si chianci
- L’amma a Dio e ruaba a cu
tacca.
La
toponomastica del luogo
Per toponomastica si
intende l’insieme dei toponimi di una regione, il complesso
delle denominazioni di strade, piazze ecc…di una città.
Camminando per le vie del
quartiere Tommaso Natale- Sferracavallo, s’incontrano strade
dai nomi caratteristici e vari.
Alcune richiamano alla mente
gli agrumi di Sicilia, come per esempio via del Mandarino,
via del Limone, via dell’Arancio, via del Cedro o altri
frutti come via del Ciliegio, via del Pero e piazza
Mandorle.
Altre strade hanno nomi di
scrittori e poeti dell’antichità: via Ennio, via Virgilio
,via Tacito ,via Plauto, via Lucrezio, via Orazio.
A testimonianza dell’origine
marinara della borgata e delle attività legate al mare che
in essa si svolgevano, ci sono poi: via dei Pescatori, via
dei Barcaioli, la via Marina, la via Barcarello, via Scalo,
via del Tritone e località della costa come la Baia del
Corallo, la Baia di Barcarello e la punta Scalo.
Le località della costa e
alcune zone di mare vicine ad essa sono conosciute ed
indicate dagli abitanti del quartiere con appellativi in
dialetto siciliano che si riferiscono ad una loro
caratteristica.
Così la Baia del Corallo è
chiamata anche “ né i francisi” perché lì
villeggiavano alcuni francesi.
Più avanti al confine con il
Lido si trova una zona denominata “né scivoli” perché è facile accedere al mare.
In mare, al centro del
porticciolo, c’è una zona sabbiosa dove si tocca il fondo
chiamata “nu menzu du portu”. Di fronte il
lungomare “u pitruni” indica uno scoglio
isolato nell’acqua dal quale i ragazzi si tuffano in mare.
E’ conosciuto invece come “u capannuni” una costruzione abbandonata in riva
al mare dove i pescatori si recano a pescare con la lenza e
i giovani fanno il bagno.
Nella zona di Barcarello,
oltre il molo, alcune località note sono: “a zotta”, una zona molto pescosa, ”a fossa” chiamata
così per la profondità del fondo marino, “u virdi”, perché l’acqua assume riflessi di un colore intenso. Più
avanti “u purtuni” indica il confine
tra Sferracavallo e il monte Gallo.
LE VIE DEL QUARTIERE
Tritone:
dio marino, figlio di Nettuno e d’Anfitrite. La metà
superiore del suo corpo era d’uomo, il resto di pesce.
Possedeva una conchiglia corniforme con la quale suonava.
Tacito(Cornelio):
storico romano dell’età imperiale, scrisse opere con intento
artistico e morale.
Tacito(Marco Aurelio): imperatore
romano, amò le lettere e proibì severamente il lusso.
Proserpina:
dea romana dell’inferno, figlia di Giove e di Cerere e
moglie di Plutone, da cui fu
rapita presso l’Etna.
Orazio(Quinto - Flacco): poeta
latino, nato a Venosa. Amico di Virgilio, n. nel 65, m.
nell’8 a.C.
Naiadi:
ninfe che presiedevano a fonti, fiumi e laghi.
Terenzio: poeta comico
latino, nato a Cartagine, prima schiavo e poi liberto. Visse
nel II sec. a.c. La sua vita si inserisce
praticamente nel periodo di tempo compreso tra la fine della
seconda guerra Punica (201 a.C.) e l’inizio della terza (149
a.C.) e si lega strettamente con la vicenda politica e
culturale di quegli anni.
Ennio(Quinto): fu detto il padre della
poesia latina. N. 239, m. 169
a.C.
Platone:
Filosofo greco. N. 427, m. 347
a.C.
Tibullo:
poeta latino. N. 54, m. 19
a.C.
Catullo:
poeta lirico latino n. 87 m. 54 a.C.
Pegaso:
cavallo alato nato dal sangue di Medusa, quando questa ebbe
il capo tronco da Perseo, re di Macedonia. Medusa era una
delle tre Gorgoni, mostri di figura femminile che
pietrificavano chiunque le guardasse. Avevano un solo occhio
per tutte e tre e se ne servivano un po’ per una.
Eufrosine : nome di una delle tre
Grazie.
Lucrezio:
poeta latino, autore del poema “De rerum natura”. N. 99 m. 55
a.C.
Sallustio: storico latino. N. 86 m. 34
a.C.
Hegel: nasce nel
1770, ed appartiene ad una generazione particolarmente
importante perché vive l’esperienza della rivoluzione
francese. Molto importante nella vita di Hegel oltre al
rapporto con la rivoluzione anche il rapporto di amicizia
con Schelling, stretta ai tempi del collegio
Rosario Nicoletti : ha conseguito la laurea chimica nel 1956. E’diventato
assistente ordinario nel 1960 , libero docente nel 1963 e
professore ordinario nel 1976.
Nel 2001 è stato insignito
nella medaglia “Bruner”.
Diminutivi dei nomi
Angelo/a: Ancilù , Ancilina. |
Giuseppe: Pino, Pinuzzu,
Piddu, Peppino. |
| Anna: Nannina, Annuzza. |
Gaetano: Tano, Tanino,Taninè. |
Antonina: Nina. |
Gioacchino: Iachino. |
| Antonio: Totò. |
Giuseppina: Peppina. |
Benito: Nittu. |
Ignazio: Gnaziné , Gnazio. |
Caterina: Tina , Rina. |
Loredana: Laritè |
Calogero: Calò, Caliddu. |
Lorenzo: Làritù. |
| Domenico: Minicò. |
Maria Grazia: Graziella. |
| Francesca Paola: Cicca Paola |
Rosolino: Sulino, Silò. |
Francesco: Cicciò, Franco. |
Rosario: Sariddu , Sarinu. |
| Filippo: Filiné. |
Salvatore: Turiddu, Totò. |
Girolamo/a: Mommo , Mummina. |
Tommaso: Masò , Masino. |
Giovanni: Vanni , Gianniné |
Vincenzo: Vicé. |
LE ‘NCIURIE
Un’abitudine dei siciliani è
quella di scambiarsi delle ‘nciurie, cioè dei nomignoli a
volte offensivi, dei soprannomi che derivano dalle
particolarità del carattere di una persona, o da una sua
abitudine, o ancora da un difetto fisico o da un tic.
Spesso la ‘nciuria data a
una persona si tramanda anche ai discendenti e rimane come
soprannome di famiglia.
Anche nel nostro quartiere è
diffusa l’abitudine di scambiarsi delle ‘nciurie e ancora
oggi alcune persone vengono indicate con il soprannome.
Alcune delle ‘nciurie da noi
raccolte hanno un doppio significato, per esempio “u
stagnaru” era chi stagnava le pentole, ma anche chi
si fermava in un posto e non andava più via ( acqua
stagnante) e dava molto fastidio.
“U menza nasca” indicava
un particolare aspetto del naso, o il carattere furbo.
“100 capri” invece era sia chi possedeva delle capre, sia una persona il
cui nonno aveva comprato due capre e aveva l’abitudine di
dire: “ se io campo 100 anni devo avere 100 capre”.
Altre ‘nciurie sono:
U TRIPPUSU= Per la
presenza di buchi in viso causati dal vaiolo
PUPIDDA= amava truccarsi
SPARAGNAPANE= fanno tutto in
casa
TISTUNI= chiamato così
perché ha la testa grossa
PALERMITANA
FUNCIDDA= perché aveva la
bocca piccola
SPUNTUNI
NANETTI
SIGNURUZZU
I CURACCHIATTA
CARNAZZI
NASCHE
MANCIAPANI
PARACHINO
FUNCIAZZA = perché hanno la
bocca sporgente
TIC TIC = perché ha sempre
un tic
CIFRUDDERI
GIOVENCO = perché ha la
frutta più cara
VAVUSU = perché si sbavava
PUDDICINO = perché era
grosso e basso
MENZALIRA
U IMMURUTO = perché ha dei
difetti fisici
U CHIECCU = perché è
balbuziente
U TURRITTISI = perché
vengono da Torretta
U RIZZITIEDDU = perché ha i
capelli ricci
U SCERIFFU
U SCACALLU
U PACCARU
I VICCHIARINI
U CHIANUOTU = della piana
degli Albanesi
I VUIRPUNI
U BACCALARU = perché vende
il baccalà
U PINNULUNI
A CARRUBAZZA
I TUICCHINI
U SPAMPINATU
I CURACCHIATTI
A STAGNATARA
I CIUOFALI
U SURCI = Deriva da un
episodio accaduto a scuola: a un bambino che alla domanda
della maestra:” che cosa è in topo?” ha risposto: “ u surci”.
U CARBUNARU =deriva dal
lavoro che svolgeva, cioè vendere carbone
AMMAZZA SCECCHI = possedeva
degli asini che trattava male, al punto da farli morire
U PISCIALETTO = faceva la
pipì nel letto
U TURRICIANU = non si lavava
mai
U CHIANCIULLINU = in
qualsiasi situazione piangeva
I PASQUALAZZI = da un membro
della famiglia che si chiamava Pasquale
U CENTESIMU = perché non
voleva prestare un centesimo
U SCRICCHIATO = dimenticava
di chiudersi la cerniera
U PICURAREDDU = perché
possedeva delle pecore
U SINSALI = si occupava di
affari
U TAPPU = perché non
restituiva i soldi che aveva avuto in prestito, o per la
bassa statura
U MUGNUNEDDU = gli mancava
la mano
I MIVUSARU = vendevano
focacce con milza
U CONZAVARCHI = riparava le
barche
U CURDAREDDU = faceva le
scope con la corda
A SCIARRIERA = inventava le
liti
U CILICHEDDU = si vantava e
si sbavava
I MAMMANELLI = quelli che
assistevano chi doveva partorire
STINNICCHIATA = stava
sempre coricata
MARIA A GIORNALISTA =
perché sapeva tutto quello che succedeva ogni giorno
I RUSSI = perché avevano la
pelle rossa
U SCIANCATU = perché era
zoppo
A PIATTARA = perché questa
persona, un tempo suonava i piatti nella banda
OCCHI CHIUSI = questa
vecchietta teneva gli occhi chiusi
I COSCI CAPRI = perché
avevano le gambe secche come le capre
A GEGHE GE’ = perché questa
persona si vestiva sempre con stracci
A CAFFITIERA = a questa
piaceva molto il caffè
I DON MARIANI = il
capostipite si chiamava Mariano
A CIURARA = perché questa
persona vendeva fiori
MARRUZZIEDDI = perché le
nonne avevano il nome Mariuzza
PRIZZITANA = perché veniva
da Prizzi
CACHI’ = le piacevano molto
i loti
BARUNI = perché andava
vestito bene
U GIGANTI = perché quando
era bambino era molto alto
U ‘NGRASCIATU = era un tipo
sporco nel suo mestiere
I CISTARI = costruivano le
ceste di vimini
5 SORDI = erano tirchi
LUMINI = facevano i lumini
MATAPOLLI =lavoravano come
tappezzieri
A SCIAMPILLICHIA = perché
usciva vestita e truccata bene
U ‘NCIUTU = perché è nato
con gli arti attaccati
BUMMA A MANU = perché tirava
bombe a mano
Antichi mestieri
Se quello del pescatore è il
mestiere più antico della borgata e quello che ancora oggi
sopravvive, ve ne sono altri un tempo diffusi e oggi non
più perché legati ad abitudini e modi di vivere ormai
scomparsi.
Per esempio un’ attività
praticata dalle donne era la lavorazione delle scopa come le “scupi ri curina” che venivano fatte utilizzando la
palma nana e in particolare la parte centrale, “u giummu”
della frasca”, e che richiedevano una lavorazione lunga e
laboriosa.
Oggi, anche se questo tipo
di scopa non si utilizza più, alcune nonne ne insegnano la
lavorazione ai nipoti, affinché la tradizione non scompaia
del tutto.
Un tempo si poteva vedere il
pescivendolo nella zona del porto vicino le barche o per le
vie del quartiere, con le sue ceste colme di pesce, che
proponeva la sua mercanzia “abbannianno”: “U ciavuru i mari…” oppure “Amunì, c’arriva a varca. Pisci
friscu”.
Altri mestieri ormai scomparsi sono “U
stagnataru” cioè colui che aggiustava e stagnava gli
oggetti d’ alluminio.
“U consalemme” che
aggiustava le ciotole e le bacinelle di creta.
“U vaccaru e u capraru”
che andavano per le vie con le mucche e le capre e vendevano
il latte appena munto.
C’erano poi:
“U carbunaru”
che vendeva il carbone per cucinare.
“U bummarolo”
che sparava le bombe in mare per prendere i pesci.
“U ferravecchiu”
raccoglieva vecchi oggetti di ferro.
“U ciaramiddaru” che
suonava canti natalizi con “a ciaramedda”, cioè la
cornamusa.
“L’arrotino” era quello che affilava le
forbici.
Ancora oggi se ne può vedere qualcuno
per le strade in versione moderna, cioè in macchina e con un
altoparlante attraverso il quale propone i sui servizi.
“U gnuri” invece, era
colui che guidava la carrozza.
“U curdaru” faceva
le corde.
“L’annuraturi” dipingeva i muri
“U siggiaru”
fabbricava e aggiustava le sedie.
Sopravvivono ancora oggi: ”u furnaru”, ”u putiaru”, ”u panillaru”, meglio
conosciuti come panettiere, negoziante e venditore di
panelle.
Storie di
pescatori
Il territorio di
Sferracavallo fu abitato fin dall’età preistorica da tribù
di cacciatori, ma in epoche successive si sviluppano in esso
attività legate al mare, come testimonia la presenza di una
tonnara, già in epoca arabo normanna.
L’economia del luogo era
quindi basata essenzialmente sulle attività agricole. Uno
dei mestieri più diffusi un tempo era pertanto quello del
pescatore, un mestiere oggi in via d’estinzione, in quanto
le attività si sono diversificate e l’antico borgo marinaro
ha assunto la caratteristica di borgo turistico-balneare.
Nonostante ciò, è facile vedere nelle strade che portano al
mare o nel porticciolo pescatori intenti ad aggiustare le
reti, dipingere le barche o prepararsi per la pesca.
Alcuni di essi ci hanno
fornito notizie utili per comprendere come questi mestieri
sopravvivono nella borgata.
La maggior parte fanno
questo mestiere per professione, altre volte si tratta di
giovani che si dedicano a quest’attività nel tempo libero,
avendo trovato un lavoro più redditizio. In genere hanno
iniziato a lavorare con un familiare, padre o nonno, e
spesso era una tradizione di famiglia alla quale si
dedicavano fin da piccoli con passione e che sentivano come
un dovere.
“U zu Mattiu” viene
considerato il più esperto di tutti i pescatori, forse per
la sua età avanzata; è orgoglioso del suo mestiere al quale
ha dedicato la maggior parte della sua vita.
Quasi tutti i pescatori
hanno qualche esperienza da ricordare; il signor Giuseppe
che si dedica a quest’attività nel tempo libero, ricorda
quando, per un’avaria al motore, ha dovuto lanciare un SOS.
Da allora, prima di partire per la pesca, recita preghiere e
fa scongiuri contro il malocchio.
Durante la pesca alcuni
pescatori cantano canzoni che sono legate alle attività che
svolgono.
Un’abitudine tipica dei
pescatori è quella di salutarsi quando s’incontrano in mare
durante la pesca, con la frase ”Viva Maria” e in risposta
”Viva Gesù”.
Tra i pescatori di
Sferracavallo sono anche diffusi dei soprannomi o ‘nciurie,
di cui non si è potuta però ricostruire l’origine;
“Ancilu u tripuluni” , “Pinu
u timunieri” e “Calatafimmina”sono alcune d’esse.
Generalmente, durante la
pesca, vengono pescati polipi, calamari, totani, pesci spada
con reti lunghissime chiamate palamiti, o con le polpesse,
le spatare e i palangaru, e ancora scorfani e viole.
Attività e hobbies legati al mare
Un’altra attività legata al
mare che sopravvive a Sferracavallo è quella svolta dal
signor Stefano Costa, che da circa quarant’anni costruisce
barche, che poi vende ai pescatori.
Oggi lavora con il figlio di
22 anni cui ha trasmesso la sua passione. Nonostante
costruisca barche, il signor Costa non ne possiede una per
sé e quando vuole andare a pesca utilizza quella del
fratello.
Per la costruzione delle
barche utilizza diversi tipi di legno, il gelso per
l’ossatura, il nespolo per la chiglia, il pino di Svezia o
il polentino, un legno simile all’abete, per il fasciame
cioè la copertura della barca.
Per costruire una lancia,
cioè una barca con fianchi larghi, impiega circa un mese e
mezzo. A lavoro ultimato, il costo di una barca è di circa
quattro milioni e mezzo.
Arnesi del mestiere:
CHIANOZZU (PIALLA)
SCARPEDDU (SCALPELLO)
TENAGLIA
MARTELLO
RASPA
RASPINO
LIMA
SPINNAROLA
Legato al mare è anche
l’hobby del signor Piero Pensabene che vive a Sferracavallo,
ma non è originario del luogo.
Con molta fantasia il signor
Pensabene da più di otto anni costruisce modellini di
barche. La sua passione per le barche è nata, come lui
dice, in mare, quando viveva a Termini Imprese e andava a
pescare. Allora vendeva modellini che costruiva per aiutare
la famiglia, oggi continua a costruirli nel tempo libero per
hobby, perché lavora come muratore.
Vocabolario del
pescatore.
AIBITI=reti da pesca
PALANGARU=filo di nailon cui vengono legati gli ami
PALAMITARA=rete lunghissima
POLPESSA=arnese con sei ami usato per la pesca dei polipi
SPATARA=contenitore
con diversi ami usato per la pesca del pesce spada
FILO A
TRAINO=filo con l’amo nascosto in una piuma, s’utilizza
soprattutto per la pesca d’occhiate e mangiaracina.
LA MARINERIA
Nella borgata di
Sferracavallo possiamo vivere le suggestioni di un mondo
che, sebbene lontano nel tempo, è ancora vivo. Qui infatti
la pesca viene esercitata nel rispetto degli equilibri
naturali. “U palangaru”, un ingegnoso sistema di cattura
costituito da una lenza madre dalla quale si dipanano i “vrazzuoli”,
ai cui estremi è fissato l’ amo, è tra gli attrezzi più
diffusi nella marineria locale
“Sarachi”, “capuni”, “pisci
spata”, tunnareddi, a seconda delle stagioni, sono le
principali prede catturate con questo strumento che fa di
Sferracavallo una delle più celebri località di pesca con la
lenza. Numerosi sono anche i “lenzaroli” che esercitano la
cattura ai molluschi, quali polpi. Seppie, totani e
calamari. Non mancano però le reti: col “tartaruni” si
cattura “u cicireddu”, con la “raustina si pigghia la vopa”;
“ca mpaiddata u pisci ri brodu”; col “ciancialo u capuni”;
“ca tratta a sarda”.
Quest’ultima è una rete in
cotone realizzata maglia dopo maglia, dalla maestria
artigianale dei “saccituri”, durante tutto l’anno e
soprattutto nelle giornate di maltempo. Con la tratta
“ammagghianu” banchi di sardine che si spostano durante i
flussi migratori, seguendo le rotte più temperate in estate
e quelle più moderate in inverno. Ma tra gli attrezzi , il
più originali è lo “specchio”.
Sferracavallo è
probabilmente una delle ultime marinerie siciliane a
conservare ancora la tecnica di cattura con questo singolare
attrezzo . Grazie all’ausilio di un cilindro cavo, alla cui
base è posto un vetro a tenuta stagna, il pescatore, immerso
con testa e busto fino alla vita all’interno di tale
strumento, perlustra i fondali marini e intercetta le prede
a occhio nudo.
Intensa era pure, fino a
poco tempo fa, la pesca con le nasse in giunco. Oggigiorno,
quantunque le nasse in giunco siano state sostituite, in
gran parte, da quelle in metallo, ci sono ancora maestranze
che conservano l’antica sapienza artigianale per la
creazione di questo particolare attrezzo.
Ricette tipiche e piatti locali
Piatti locali
| Frittula. |
I cacocciuli arrustuti. |
A nunnata fritta. |
Cassatieddi i Pasqua. |
I Pistuluna. |
A pasta a palina ca’ muddica
atturrata. |
Pasta c’ i sardi a mari. |
Pasta chi vrocculi
arriminata |
| A’frittella (fave, piselli e
fagioli). |
Alivi scacciati. |
A pasta cu maccu. |
Carni i crastu. |
Babbaluci. |
I cucciati |
I brucculetti a
pastetta. |
Carduna a pastetta. |
Frutta di martorana |
Milinciani ammuttunati. |
I mustazzoli. |
N’ salata di arance. |
Felli. |
Panino chi cazzilli. |
Calcagnolo. |
Quarumi. |
Stigghiola. |
Mussu. |
Mievusa |
Arrascaturi. |
Panelle |
Crocchè |
A’ caponata. |
U canazzo. |
Sardi allinguati. |
U sfinciuni. |
I vastidduna. |
A spincia. |
U pani i San Giuseppi. |
A pupa cu l’ovu. |
Cannoli siciliani. |
Cassata siciliana. |
Pasta chi sardi. |
Sardi a becca ficu. |
Ricette tipiche legate alla festività
Oltre alle
attività marinare, una tradizione importante della borgata è
la cucina. Alcune ricette tipiche sono legate alla festività
religiose. Per esempio per la Madonna un piatto tipico sono
i ravioli, per la ricorrenza di San Giuseppe le famiglie di
Sferracavallo usano mangiare un minestrone con diversi tipi
di pasta, ”u sminuzzu”, e diversi tipi di legumi. Altre
ricette sono ”u vucciddatu” per Natale e “u pupu cu l’ovu”
che sono tipici della cucina tradizionale siciliana.
Caratteristico è il pane
venduto in occasione della festa dei Santi Cosma e Damiano,
che raffigura i due Santi.
Ricette
Ravioli di ricotta
Ingredienti: 1 Kg. di farina, 300 g. di zucchero, 250 g. di Strutto, 1 busta di lievito
1 busta di vanillina, 1 Bicchiere di latte, 4 tuorli
d’uovo, 1 Kg. di ricotta.
Procedimento: Impastare
il tutto fin quando la pasta diventa omogenea. Quindi si taglia a
pezzi l’impasto e si allarga con un
matterello, al centro si mette la ricotta, si chiudono i
ravioli e si mettono in forno per circa 20-25
minuti. Dopo averli fatti raffreddare leggermente,
spolverare con lo zucchero a velo.
“Vucciddatu” (Buccellato)
Ingredienti: 1 Kg, di farina, 400 g di strutto, 1 bicchiere di latte, 300 g. di zucchero,
1/2 bicchiere di vino, 6 tuorli d’uovo, 500 g. di
fichi secchi, 150 g. di mandorle, 300 g. di
cioccolato,150 g. di uva passa, 200 g. di
coriandolini colorati di zucchero, 2 g. di ammoniaca.
Procedimento: Mettere in una ciotola l’uva passa, i fichi secchi tritati e le mandorle. A
parte preparare la pasta frolla impastando la farina,
lo zucchero, lo strutto, l’ammoniaca, il
latte e le uova. Spolverare il tavolo da
lavoro con farina e tirare dalla pasta
un rettangolo fine. Collocare la conserva e arrotolare la
pasta su se stessa dandole la forma di una
ruota. Spennellare con albume d’uovo e porre a
cuocere in forno.
“U pupu cu
l’ovu” (Il pupazzo d’uovo)
Ingredienti: 1
Kg. di farina, 300 g. di strutto, 300 g. di
zucchero, 4 tuorli d’uovo, 2
buste di vanillina, 10
g. di ammoniaca, 1 bicchiere
di latte.
Procedimento: impastare
la farina con lo zucchero, lo strutto e i tuorli d’uovo. Aggiungere la
vanillina , l’ammoniacaed infine il latte.
L’impasto ottenuto si spiana con il matterello a forma di
rettangolo. Al centro si adagia un uovo sodo e si
chiude, cosi si ottiene una forma quasi ovale. Alla fine
spolverare con l’albume d’uovo, decorare con
coriandoli di zucchero colorati e porre in forno.
“U
sminuzzu”-Minestrone con vari tipi di pasta e legumi
Ingredienti: 120
g. di zucchero, 120 g. di tagliatelle, 120 g. di lasagne, 120 g. di ditali,
120 g. di lumache, 120 g. di spaghetti, 120 g. di penne
lisce, 100 g. di lenticchie, 150 g. di fagioli, 150 g. di
ceci, 100 g. di fave, 250 g. di castagne secche, 150 g. di
piselli secchi, 2 cipolle, 1 mestolo di olio, 30 g. di
sale, 1 mazzetto di finocchietti, 2 carote e 3 pomodori.
Procedimento:mettere
in una pentola piena d’acqua tutti i legumi, aggiungere il finocchietto,
i pomodori spellati e tagliati a pezzettini, il sale e fare
cuocere il tutto per circa 2 ore. A cottura ultimata
aggiungere i vari tipi di pasta econtinuare la cottura. Aggiungere l’olio e servire
il minestrone ben caldo.
Giochi Antichi
Prima non esistevano le
bambole, le costruzioni o altri giochi, e quando li
inventarono costavano anche molti soldi e miei nonni erano
ormai grandi. I
nostri nonni avevano pochi giochi:
1.
giocavano a saltare alla corda;
2.
giocavano a “campana”
3.
giocavano con i sassolini, i “pisoli”;
4.
giocavano con le noccioline a bocce;